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Diario
 


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16 maggio 2006

15. Makedonia is going on

Prilep/Trizla 2, pulizia canale (prima parte).
Ho appena concluso un meeting di due ore con cinque roma di Trizla. Sono esausta e per certi aspetti frastornata, incazzata, smarrita… non so definire come mi sento esattamente.

Sono tutti della “Citizen Committee for the Protection of Dabnicka” – la cloaca ha anche un nome -. Un gruppo di persone, coordinate da noi, che si dovrebbe occupare, appunto, di pulire il canale una volta all’anno durante i tre anni del nostro progetto. Questa dovrebbe essere la seconda volta.  

L’acqua del canale continua ad essere troppo alta, qui non si è mai sicuri di quale stagione si tratti. Il sole, anche primaverile, si alterna a piogge torrenziali e a gelate improvvise in una costante macedonia meteorologica.

Così la pulizia potrà essere solo parziale, rimuovere la monnezza pesante, senza avvicinarsi troppo ai suoi argini melmosi. Nessun uso di mani meccaniche, soltanto di quelle umane: la strada che costeggia il canale è troppo stretta.

E’ da più di un’ora che cerco di convincerli. Di convincerli, proprio così. Lo scorso anno hanno ricevuto del cibo, stavolta vogliono essere pagati. Hanno chiesto 16,28 Euro al giorno, 1000 denari. La paga macedone di un professore universitario. Noi  siamo appena in grado di offrirgli la modica cifra di 10 Euro.

La mia irritazione cresce di minuto in minuto e alla fine sbotto.

-          E’ davvero ridicolo! Noi siamo qui per aiutarvi in qualche modo a migliorare la vostra condizione e voi non fate altro che pensare a come ricavarne un profitto! Non è possibile siete a pochi passi da una fogna a cielo aperto, è una cosa che dovrebbe coinvolgervi direttamente!...-

Potrei portare diverse ragioni per giustificare tutto questo. Il loro esistere nell’immediato, senza alcuna proiezione nel futuro, ad esempio. Osservare partecipando, immedesimandomi nel contesto. Il relativismo, purtroppo, non riesce a trovare spazio. Devo realizzare il mio obiettivo e la sola cosa che conta ora è la pulizia del canale. E’ il mio ego occidentale a vincere.

Alla fine, come se niente fosse stato detto, rinnovano la richiesta. Uno di loro, probabilmente il più ricco, mi spiega che lui è in grado di guadagnare al giorno più di 1000 denari. Si alzano e se vanno continuando a borbottare qualcosa in macedone: contrariati ma non troppo.

Ho dimenticato di chiedere loro se è rimasto qualcuno a Trizla che parla ancora romanes, la lingua dei roma. (continua)




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9 maggio 2006

14. Makedonia is going on

6 Maggio è tempo di Gjurgjovden, il giorno/den di Giorgio/Gjurgjo

Tribagremi/Prilep, appuntamento al monumento dei caduti.

Una festa fatta di buoni auspici, di banchetti propiziatori (Giorgio in greco significa contadino), di sangue,. di magiche unzioni. Si festeggia San Giorgio fra i macedoni e tutti gli ortodossi, questo e qualcosa d’altro fra i roma, in un sincretismo tutto popolare.

Sono le 11, troppo tardi. Frotte di persone percorrono la strada fangosa che collega Trizla a Tribagremi, per raggiungere uno spiazzo erboso che si estende in altezza e circonda un monumento ai partigiani caduti durante la seconda guerra mondiale: una trentina di nomi, soltanto macedoni, incisi in una lapide marmorea.

Troppo tardi: il sacrificio si è già consumato. E non sono in molti quelli che l’hanno compiuto, è diventato un lusso seguire la tradizione[1].

La mattina presto alcuni agnelli sono stati sgozzati dai diversi capofamiglia. Il loro sangue usato per ungere chi tra di loro ha bisogno di “aiutare la buona sorte”. Il capofamiglia intinge il suo dito nella gola appena tagliata e lo porta sulla fronte del prescelto. Così mi è stato raccontato perché anche oggi, come lo scorso anno, ho saltato la parte più importante.

Arrivano con carretti, trainati da cavalli o muli, stracolmi di roba. La maggior parte a piedi. Ognuno porta con se qualcosa: coperte, tappeti, cibo, pentolame, legna da ardere…

Quando arrivo molti sono già sistemati sul prato. Sono tanti di quei diecimila, naturalmente solo roma. Ogni famiglia il suo spiazzo. Sedute sui tappeti, nella posizione del loto, le donne intente a preparare il cibo: chi impasta polpette di carne, chi taglia peperoni, chi spezzetta grossi pezzi di carne sanguinolenta. Gli uomini concentrati sui fuochi. C’è anche una giostra meccanica e una piccola banda sta suonando musica roma/balcanica.

Cammino tra loro, vorrei essere invisibile e mi sento estranea, un intruso. Non sono neppure riuscita a trovare l’uomo roma che due settimane fa mi aveva invitato. Sulla strada ne ho incontrato uno che conosco, un anziano roma che collabora con noi e non parla inglese.

Odori, un infinità di odori. Odori di umano, di peperoni e carne abbrustoliti, di sangue, di sterco di cavallo, di erba bagnata di pioggia, di legna bruciata. Ma è il mio odore che prevarica su tutti, così mi accorgo che è tempo di andar via.

 

[1] Un etto di carne costa in media 150 denari che sono c.ca 2,30 euro.



 




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7 maggio 2006

13. Makedonia is going on

Prilep, 30 Aprile. Un matrimonio macedone

Un ragazzo, l’inviato celibe del futuro sposo, bussa alla porta della stanza da letto della futura sposa, sono le otto del mattino ed è il giorno del suo matrimonio. Nella camera altre due ragazze scelte da lei tra le tante ancora nubili. Sono loro che devono trattare il prezzo del suo riscatto. Il ragazzo ha con se le scarpe che la sposa userà durante la cerimonia. Lui tenta di aprire la porta ma viene fermato: le ragazze gli chiedono dei soldi ed aprono appena uno spiraglio.

Così ha inizio il patteggiamento. Sono loro a stabilire se il prezzo è adeguato. Il ragazzo lascia cadere dei soldi sul pavimento della camera. Di solito al terzo lancio saranno giudicati sufficienti e sarà gli permesso di entrare e di consegnare le scarpe alla sposa. La sposa prova le scarpe, esclama che non calzano bene, le stanno larghe. Prova a metterci dentro una parte dei soldi, ma non calzano ancora perfettamente. Soltanto quando tutti i soldi sparpagliati sul pavimento saranno dentro le scarpe si dichiarerà soddisfatta.

Una delle due ragazze mette un nastro bianco nel braccio sinistro del ragazzo, lui le dà un bacio sulla guancia e lei lo ricambia con uno schiaffo. I preliminari sono conclusi, il ragazzo accompagna la sposa in chiesa e nessun altro sarà con loro.

Tutto è iniziato alle sette di questa mattina a casa dei genitori della sposa. In salotto un tavolo imbandito con diverse leccornie, in attesa dell’arrivo dei parenti più intimi di entrambe i promessi.

La cerimonia ha inizio. Gli sposi, di fronte all’altare, vengono cinti con un unico lungo scialle di colore chiaro. I genitori dello sposo ed i loro parenti più intimi dietro di loro.

Siamo tutti in piedi attorno all’altare dove sono stati preparati una pagnotta al suo centro, un bricco di vino e due calici d’argento, due corone d’argento e il libro sacro. Un sacerdote ortodosso dall’altra parte dell’altare di fronte agli sposi inizia a salmodiare, una specie di canto prosaico coadiuvato dalla voce baritonale di un ragazzo poco distante. Il sacerdote offre agli sposi del pane e poi del vino. Una donna, una delle testimoni, prende le due corone e comincia a poggiarle simultaneamente, più volte scambiandole sulla testa degli sposi, attenta che non si tocchino l’una con l’altra. Il sacerdote vigila, è di cattivo auspicio se le corone dovessero toccarsi. Infine vengono lasciate sulle loro teste. Nel centro di ognuna c’è l’effige di un Cristo e sarà lui per primo ad essere baciato. Il sacerdote e poi tutti gli altri, sfilano davanti agli sposi, si bacia il Cristo e si augura ogni felicità alla nuova coppia. Alla fine mentre gli sposi fanno un giro intorno all’altare una signora getta verso di loro semenze (fertilità), bonbon (dolcezza), monete (prosperità), che ognuno è invitato a raccogliere per buon auspicio.

Sono le 10,30 e arriviamo al ristorante per i festeggiamenti. Un pranzo davvero frugale rispetto ai nostri. Insalata, qualche fritto e una minestra come antipasto, un piatto di carne, riso e patate come primo, e il dolce. Il mangiare sembra non essere indicativo per i festeggiamenti. C’è musica dal vivo. Danze e canti macedoni, serbi, croati, persino il Sirtaki - e dire che qui la grecità e in odio - si susseguono ininterrottamente. Le mani strette l’uno all’altra per formare cerchi umani. Uno due tre, uno due... Uno due tre quattro cinque sei, uno due tre … I passi cadenzati dal ritmo della musica balcanica. Non ricordo alcun sapore particolare soltanto musica e il calore delle loro mani.




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7 maggio 2006

12. Makedonia is going on

Prilep, un giorno come tanti

Il 18 Aprile ho avuto un incontro con il presidente di un’associazione locale, l’associazione roma più potente di Prilep, di cui il direttivo è in prevalenza costituito da membri della sua famiglia. Non avevo avuto ancora nessuna notizia su di lui.

Seduta di fronte a lui, il mio interprete a lato. Un sorriso stampato in faccia, convinta a priori che ci fosse sicuramente onestà d’intenti in quel uomo sulla cinquantina, coi capelli bianchi, il viso rovinato da una dermatite seborroica, la voce completamente atona. Qualcosa di etico, forse, nel suo modo di sviare continuamente il punto, nel rispondere in modo così evasivo. Quello sguardo così ingannevole, quasi sottomesso.

Ma doveva esserci una tendenza al buono, almeno nella mia testa.

Ero uscita soddisfatta, tronfia delle mie capacità relazionali. La soddisfazione dell’idiota. E il mio sorriso stampato in faccia in un razzismo mascherato.

Cazzo, ma è proprio questo che combatto?

Che storia strana è la vita…    




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4 maggio 2006

11. Macedonia is going on

8 aprile, una festa soltanto Rom. Stip, Macedonia 8 Aprile 2006

Ohtoto Aprili Sumnaleskoro Dive e Romene

by Sara Marullo (pubblicato sul sito di Intersos)

“Aide, Aide”. Un uomo sulla cinquantina sprona il suo cavallo-gras ad iniziare il corteo tirandolo a sè. Una folla di Roma, bambini e bambine, vecchi, giovani madri, popolano la strada di Radanski Pat, il quartiere roma di Stip. Soltanto Roma, nessun gadze, tranne noi di Intersos: un’italiana e un macedone.

Sono le cinque del pomeriggio dell’8 aprile, un giorno del tutto ordinario in Macedonia ma non per loro. E’ la loro festa, la festa di tutti i Rom, Roma, Sinti… volgarmente chiamati da noi gadze gipsy o zingari, sparpagliati nel mondo. Da quell’8 aprile 1971 in cui l’ONU ne riconobbe la loro specificità etnica e linguistica (8 of April Word Day of Roma).

Rom, Roma, Sinti, Egyptian, Gitani, Travellers chiamati in modo diverso a secondo del luogo dove si sono insediati nel corso dei secoli. Spesso dimentichi delle loro stesse tradizioni, a volte della loro stessa lingua. Eppure continuano a rivendicare la loro appartenenza, a ribadire di essere Roma, di essere in qualche modo diversi da tutti gli altri, i gadze. Forse è l’unico cosa che li fa sopravvivere, regalando loro un identità altrimenti negata.

Sono stati preparati tre carri, karavane, addobbati con fiori e drappi coloratissimi. Ogni carro una donna/bambina seduta al suo interno, sono bellissime, vestite come si usava una volta. Sparpagliati alle loro spalle diversi tipi di verdura e frutta di stagione, di cibo, uova e galline vive, lampade a petrolio, utensili vari. Uno dei carri porta con se anche una pecora, un altro una capra, al loro seguito, legate ad una corda. Il ricordo di un passato modo di vivere: un viaggio continuo alla ricerca di cibo.

Tre carri, tre famiglie-familije diverse. Su seimila Roma soltanto queste hanno potuto affrontare le spese per l’addobbo. Anche l’8 aprile può passare inosservato quando si è troppo poveri e anche solo il pensarci può diventare un lusso. D’altra parte, erano anni che questo giorno non veniva festeggiato.

Dopo più un’ora di attesa tra musica e balli il corteo ha finalmente inizio. Fino a quel momento le donne/bambine strette in un cerchio umano hanno danzato insieme al loro cocchiere la musica roma suonata da tre ragazzi.

Il corteo sfila lentamente e in silenzio tra le strade di Stip. Esce da Radanski Pat e prosegue per la strada che costeggia il fiume: pochi i curiosi gadze, troppo pochi. L’ultima tappa è un teatro non molto distante dal centro della città. Ci sarà uno spettacolo di danze e musica roma ma non solo organizzata da Cerenja, un’associazione roma, e patrocinato da Intersos.

Il teatro è grande ma non abbastanza per accogliere tutti i roma, sono molti quelli che restano in piedi. Anche qui, nessun macedone tranne il sindaco della città, alcuni membri del consiglio municipale, e alcuni ragazzi dell’associazione Cerenja SOS, e noi di Intersos.

Lo spettacolo ha inizio e durerà tre ore: danze e musiche roma, macedoni, balcaniche. I gruppi di artisti, tutti ragazzi e ragazzi molto giovani, si esibiscono in modo eccellente in un pourpori di generi: folk, rap, disco, melodic. Troppo poco forse per parlare di un reale scambio interculturale ma pur sempre qualcosa.

E intanto noi di Intersos, noi gadze, siamo qua in piedi ai bordi del palco, completamente rapiti dal contesto, orgogliosi, ognuno a suo modo, di aver reso possibile tutto questo.




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