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20 gennaio 2006

Una notte insonne

Stavolta voglio dilettarmi anch’io, nelle critiche all’arte.

Cose inespresse nel vizio di non doverci essere.

Sono stata sempre convinta che i film di Kubrick, e per primo 2001 Odissea nello spazio fossero un capolavoro.L’altra notte c’ho ripensato.

Kubrick è un fascista, un evoluzionista, uno che è convinto che l’omicidio, la guerra tra uomini sia naturale e quindi in qualche modo giustificabile e “2001” ne è l’esempio.

Vi ricordate l’inizio del film, una scimmia-uomo prende un bastone, e che fa?, la usa come arma. L’uomo fa la sua prima scoperta: un bastone, e che fa?, lo usa come arma contro il proprio simile. Ciò che ha reso possibile lo scarto tra l’essere animale e l’uomo è la violenza, una violenza irrefrenabile contro il proprio simile. E la violenza, la prevaricazione è il tormentone di tutto il film. E il monolite?, non è in fondo questo il suo mistero?

 La convinzione da parte di molti studiosi, antropologi etologi, storici… che la natura umana fosse sostanzialmente violenta (a parte l’insegnamento hobbsiano) fu molto forte subito dopo la seconda guerra mondiale, quando tutto quello che era successo ne dava una prova schiacciante. L’uomo nel corso della storia aveva reiterato crimini contro l’umanità e alla fine era riuscito ad inventare un’arma che addirittura ne avrebbe potuto determinare il suo annientamento.

Sono convinta, e non solo io, che l’uomo sia soprattutto animale storico., l’uomo è soprattutto animale che assimila e produce cultura.

Il film di Kubrick , non mi piace più e sono triste. Non riesco a scindere la sua realizzazione tecnica, scenografica e, e nella sceneggiatura, dai suoi contenuti. Provate a convincermi del contrario




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12 dicembre 2005

...zione... e mi sento in difficoltà

“Lo scorso Ottobre Samuel, un minore rom napoletano di seconda media, si è trasferito dal Residence Roma del XVI Municipio al Residence Val Cannuta del XVIII. Le scuole più vicine a quest’ultimo Residence sono due.

I genitori di Samuel avevano richiesto alla scuola media frequentata dal figlio un nullaosta in cui veniva indicata, come scuola di destinazione, una delle due scuole vicine al Residence Val Cannuta.

La preside della scuola in questione non ha accettato la domanda di iscrizione perché secondo lei le classi seconde erano già in esubero: presenza di minori con handicap e bambini problematici come altri rom napoletani.

Mi sono rivolta allora alla preside della seconda scuola ma anche questa volta c’è stato un rifiuto. La stessa ha ammesso, in via confidenziale, che il vero problema era stato la reazione di rifiuto da parte del corpo docente alla notizia di un possibile inserimento nella scuola di un rom napoletano.

Pochi giorni prima avevo fatto richiesta alla stessa preside di iscrivere al CTP della scuola (corso per conseguire il diploma di terza media) tre ragazzi rom del Campo della Monachina. La preside e la responsabile del CTP avevano detto che l’unica classe disponibile, quella della fascia serale, sarebbe stata chiusa con ogni probabilità per carenza di iscritti, quindi non sarebbe stato possibile inserire i rom al corso.”

 

Fino ad oggi Samuel non ha potuto riprendere una frequenza scolastica regolare.

Sono convinta che il vero motivo sia la sua provenienza.

Un caso di discriminazione, e ne accadono tanti. Ho scritto già due lettere di denuncia ma  probabilmente non avranno seguito. Sembra un caso facile ma non lo è. Il rischio di compromettere un rapporto di lavoro, già così problematico, con scuole, come la prima, in cui già sono presenti e mal tollerati bambini rom, o scuole in cui è tabu solo parlarne.

L’integrazione è una parola complessa e andrebbe compresa in ogni suo aspetto e conseguenza. Secondo me deve prescindere dalla tolleranza, la pietà, la volontà o moto caritatevole individuale verso l’altro tout court. E’ un atto programmatico politico e di conseguenza un impegno sociale. Favorire l’integrazione non significa l’azzeramento delle diversità e neppure un’assimilazione ad un sistema dato, dovrebbe significare dialettica, confronto ed anche probabilmente accettazione al cambiamento.

Ma il discorso è lungo e complesso. Si dovrebbe allora parlare su ciò che ognuno di noi intenda per progetto multiculturale, interculturale o transculturale, si dovrebbe riflettere su alcuni sistemi sociali esteri, come quello inglese, olandese o francese. Sul cosa in definitiva si possa intendere per globalizzazione culturale ammettendo che la stessa non sia una bufala, una bolla di sapone per nascondere una prevaricazione politica e soprattutto economica.

Ritornando a Samuel e a tutti i bambini rom, immigrati, o bambini diversamente abili dei quali il correct name è servito solo per camuffare i cattivi pensieri, e a tutti quelli che molto spesso vengono inseriti nella categoria di bambini con problemi, problematici, con difficoltà di inserimento, mi chiedo se sia davvero utile continuare a lavorare per la loro “integrazione” dal momento che non riesco a vedere una reale volontà sociale in tal senso

Viene prima l’uovo o la gallina?

Si dovrebbe prima, ad esempio, realizzare una scuola “accogliente”in cui gli insegnamenti canonici siano affiancati ad altri che stimolino ulteriori abilità, spesso presenti in bambini di diversa cultura? (se vuoi vai a articoli pubblicati "La scuola di Sanela")

Si dovrebbe preparare la società civile all’accettazioni delle diversità in modo programmatico e capillare prima che le diversità inizino ad essere numericamente rilevanti?

Si dovrebbe lasciare tutto così come è aspettando che i cambiamenti ed evoluzioni generazionali livellino le differenze e le difficoltà iniziali? In fondo l’uomo è un animale facilmente adattabile.

Noi political correct gridiamo “al lupo al lupo”ogni volta che si sente odore di razzismo, di discriminazione,.e poi veniamo a scoprire che quasi sempre anche i discriminati sono discriminanti, e vorremmo educare anche loro …




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5 novembre 2005

Sono tutti colpevoli

La scorsa settimana una mia amica mi ha chiesto cosa ne pensassi della storia della rom di Firenze: "Ma è vero che i zingari rubano i bambini?". Già il termine “zingaro” si porta dietro una miriade di connotazioni negative. Come si fa allora a scagionare uno zingaro? Lo zingaro è zingaro, quindi è colpevole.

Aprile online:

Una rom arrestata e poi prosciolta a Firenze. Un caso che fa discutere.Integrazione. Un episodio di cronaca, all'apparenza marginale, rimanda invece ai grandi interrogativi sul ruolo della politica. Su che cosa l'Unione si distingue dalla destra? di Marisa Nicchi

Solleva alcune riflessioni politiche la storia di Diamanta Petrache, la donna zingara arrestata con l’accusa di aver tentato di rapire un bimbo a Firenze e, dopo quattro giorni di carcere, rimessa in libertà. Infatti, il gip Anna Sacco, dopo aver convalidato l'arresto, ha disposto la scarcerazione della donna perché non ha riscontrato le prove che confermavano le accuse a lei addebitate, ancor prima che arrivasse una successiva testimonianza che la scagionerebbe. Come tutti sanno, il carcere può scattare solo dopo l’accertamento di prove a conferma delle accuse. E’ un obbligo di legge che riguarda chiunque sia coinvolto, anche gli zingari.
Nel caso fiorentino le prove necessarie non esistono e per di più la donna non risulta essere “socialmente pericolosa”. Sarcasticamente si potrebbe aggiungere, malgrado sia zingara! In questi casi non è superfluo ricordare che nel nostro Codice vige la presunzione di innocenza sempre e per tutte/i, e questo in nome della legalità che tanto impegna il dibattito politico di questi giorni. Una cosa è certa: tra gli zingari, come tra tutti, c’è chi è onesto e chi no, e per i reati commessi deve essere punito. Ma solo per questo, non perché è zingaro.
Invece, il ministro di Grazia e giustizia Castelli, sollecitato da Fini, ha accusato i magistrati fiorentini di offendere “il comune senso di giustizia del popolo”, di fare “del razzismo al contrario”. Loro soffiano sul vento razzista per attizzare l’emotività usando il pregiudizio secondo cui “le zingare rubano bambini”. E’ un fantasma che si aggira tra le nostre suggestioni, manifestandosi nel timore dei piccoli di essere portati via, lontano dai genitori, o in quello degli adulti di vedere scomparire il proprio figlio nel nulla. Timori dolorosi che abitano il nostro inconscio e di cui, per riflesso condizionato da pregiudizi, si incolpano i rom, identificando in loro il capro espiatorio.
La rappresentazione degli “zingari” è ancora filtrata perlopiù attraverso resistenti stereotipi, nonostante le numerose iniziative per costruire ponti verso questo mondo ad opera di associazioni e di amministratori locali e nonostante che tanti piccoli rom siedano nei banchi di scuola e mangino alle mense di nostri figli. E’ l’altro da sé per eccellenza. Il più ostico che provoca insieme a comprensibili motivi di diffidenza - basti pensare alle immagini dei bambini rom usati come tramite di questua nelle nostre strade - tanta ceca ostilità. E’ il frutto di paure che fanno parte della zona più oscura della vita e che hanno bisogno innanzitutto di essere riconosciute e elaborate. E’ il passaggio indispensabile per la loro civilizzazione. Un compito della cultura, della politica, della pratica sociale; ma oggi a sinistra questi temi appartengono a mondi separati. La destra, invece, non perde occasioni per muovere le viscere, per maneggiare in modo regressivo pulsioni di rifiuto del “diverso”, veicolandole nella retorica della sicurezza garantita dal più forte; o reclamando il ripristino dei valori tradizionali insidiati. Una ricetta che ripara la marginalità sociale e la diversità solo con la scure della legge penale. Per parte sua, il centrosinistra non riesce a occupare con una propria autonomia questo spazio. Oscilla tra la sottovalutazione e la rincorsa dell’iniziativa altrui.
Il fatto è che la politica è in crisi di fronte ai cambiamenti in atto per il suo progressivo separarsi dalla vita e dalle esperienze delle persone. E allora appare nella sua nudità di macchina di potere per riprodurre potere, professionalizzata, centrata sul leader, preoccupata di capire e seguire “chi comanda”. Un vuoto di senso che la destra tenta di riempire con la religione e il richiamo insistito ai valori tradizionali. Una prospettiva certamente di tipo regressivo, per tanti aspetti pericolosa, che tuttavia non è solo tatticismo e opportunismo. Se guardiamo le agende delle diverse componenti della sinistra, colpisce la vaghezza proprio sui temi che da qualche tempo sono stati oggetto di animata discussione, come i mutamenti delle relazioni umane, dei corpi, della sessualità, della vita intima, della nascita, dei legami famigliari, della salute. Sono temi su cui le istituzioni e i poteri sono chiamati a un’inedita responsabilità, fronteggiando culturalmente e politicamente l’offensiva delle gerarchie ecclesiastiche tutta tesa a trasformare i propri dettami in norme valide per tutti. La politica, quella della sinistra, deve fare un grande salto per non lasciare tanta parte della vita umana alle scorrerie della retorica populista delle destre occidentali.




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5 ottobre 2005

minoranze alla riscossa!

Ma l’Europa resterà Babele (1)
Le lingue e i dialetti sono 94. Molti dei quali seriamente minacciati. Ecco perché la diversità linguistica non morirà. In Europa si contano 77 lingue autoctone, che insieme ai dialetti salgono a 94. La maggior parte di queste si concentra nell’Europa centro-orientale. Ma i dati variano molto a seconda della fonte, dato che gli stessi studiosi non sembrano d’accordo sui criteri di definizione di cosa è un dialetto e cosa una lingua. Parlano lingue diverse.
Dimmi cosa parli e ti dirò chi sei
Generalmente le vittime di gravi violazioni dei diritti umani appartengono a minoranze. Senza diritti collettivi non esiste neanche il diritto dell’individuo. Ma in molti paesi le leggi a tutela della minoranze esistono già. Il problema è che se pure la legge viene varata, senza i finanziamenti necessari, rimane lettera morta. In Italia ad esempio le leggi ci sono, ma ben poco è stato applicato in materia di insegnamento e di uso in sede ufficiale delle lingue regionali.
L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha chiesto alla Presidenza Italiana dell’UE che venisse inserito nella Costituzione Europea un articolo per il riconoscimento di tutte le minoranze linguistiche ed etniche, e dei loro diritti. L’appello non ha trovato eco.
Rimangono i dati: secondo “Euromosaic”, lo studio della Commissione UE, 23 delle 48 lingue minoritarie esistenti scompariranno da qui a poco. Altre 12 sono considerate “minacciate”. Molte risultano già “estinte”. Del suo precedente budget, di oltre 90 miliardi di euro, l’UE dedicava al Bureau for Lesser Used Languages (EBLUL) solo 2,5 milioni di euro. Troppo pochi per sostenere le lingue a rischio.
”Sporchi zingari!”
Ma la realtà dei fatti è ancora peggiore. Amnesty International ha recentemente condannato la condizione delle minoranze etniche e linguistiche in Europa. Soprattutto quando si tratta dei Paesi candidati. Un esempio: il 13 giugno 2003, nella cittadina ungherese di Valko, un cittadino Rom alla guida del suo furgone è stato fermato e ammanettato senza motivo. Di fronte alle domande degli astanti, la risposta del poliziotto è stata: “Andatevene tutti, sporchi zingari![…]Tutti gli zingari dovrebbero essere uccisi!”
Di storie come questa, ma anche di pestaggi, torture e omicidi a danno di minoranze, gli archivi di Amnesty sono pieni. L’Ungheria conta sul suo territorio minoranze di tedeschi, armeni, bulgari, croati, greci, polacchi, rumeni, ruteni, serbi, slovacchi, sloveni, ucraini, ognuna delle quali parla un idioma diverso. A loro volta, gli ungheresi rappresentano una minoranza in Romania, Slovacchia, Ucraina, Croazia, Slovenia e Austria.
E questa è una situazione comune a tutti i paesi europei. Certo, in Europa centro-orientale la situazione peggiora perché lì le frontiere sono state disegnate in modo ancor più artificiale dalla storia. E’ per questo che spessissimo è lì che le minoranze costituiscono un problema socio-politico esplosivo. Ma l’Ungheria ha compiuto sforzi determinanti.
Ci sono casi peggiori. La Romania ad esempio, ha accettato la creazione nel suo territorio, di una televisione per la minoranza di lingua ungherese, grazie a uno stanziamento di circa 3,846 milioni di euro da parte del governo ungherese. Solo che nei fatti i numerosissimi incidenti quotidiani a danno della minoranza di lingua ungherese rimangono, anche per l’incertezza del diritto.
Ma il problema è più vasto. Da troppo tempo l’esigenza di unificare genti diverse entro confini nazionali fa sì che chi parla una lingua minoritaria o un dialetto sia ritenuto inferiore o ignorante perché non parla nella lingua di chi ha preso il potere. Questa è forse la prima forma di razzismo. Perché la lingua è il fattore di riconoscimento fondamentale di una comunità, prima ancora della religione, ed è sicuramente il primo fattore culturale: ciò che permette il passaggio di testimone di arti e mestieri, esperienza, saggezza, ironia.
Progresso = impoverimento culturale?
Se è vero che può sembrare cosa superata parlare un dialetto nel mondo globalizzato in cui solo poche lingue contano qualcosa, e se si pensa che non è utile tutelarne l’esistenza perché “tanto prima o poi scompariranno”, c’è chi la pensa diversamente. “Oggi le lingue viventi sono almeno 6000; rispetto alle lingue di maggior prestigio (...)”, quelle minoritarie “lungi dallo scomparire si rafforzano – spiega il linguista Tullio De Mauro – e, anche grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, stanno conoscendo una nuova stagione di consolidamento” e questo perché “mai in passato strati altrettanto estesi delle varie popolazioni del globo sono stati esposti alla necessità di ricevere e intendere, di produrre testi redatti in lingue diverse dalle native”(1).
In poche parole, le lingue non scompariranno e il mondo rimarrà Babele proprio grazie alla globalizzazione.
Se ci si ricorda che ad Est non vi sono solo potenziali produttori e consumatori, ma anche potenziali elettori. Se di globalizzazione di diritti e di democrazia si parla.

(1) Tratto da Capire le Parole di Tullio De Mauro, Laterza, Bari, 1994. Tullio De Mauro è linguista e semiologo, ex-ministro della Pubblica Istruzione e autore di numerosi volumi e saggi.

Preso dal sito: http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=A&Id=701




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27 settembre 2005

ce n'è rimasta solo una

Oggi hanno sgomberato altre due famiglie rom xoraxané dal Residence Ex-Bastogi, è rimasta soltanto una famiglia estesa: venticinque persone delle quali 10 bambini.

Sono arrivata al residence in tarda mattinata, mi aveva chiamato Esed, il padre di due bambini che seguo: quattro macchine della polizia invadono il cortile sottostante, un camion colmo di mobilia e suppellettili, i rom e altri inquilini abusivi che guardano in alto, la finestra dell’appartamento di una ragazza italiana asserragliata in casa con il suo bambino di pochi mesi, si rifiuta di uscire nonostante i sei poliziotti fuori la sua porta.

“Lei sì che stata brava, io no fatto così! Io quando loro venuti io subito fora, io stupida! E adesso come fa io pe’ strada? Sara tu trovato campo pe’ noi?”

Chi mi ha seguito saprà che ho fatto veramente di tutto non solo per cercare di farli restare tutti al Residence ma anche per trovare loro una sistemazione alternativa. Fino a questa estate c’erano ancora dodici famiglie.

“Non posso fare più niente, mi dispiace! Il Comune non vuole aiutarvi, sono convinti che la maggior parte di voi traffica con la droga. Ve l’avevo detto quest’estate, non vogliono fare niente ed io sono rimasta sola ed una casa da darvi non ce l’ho!”

“Ma loro aiuta rom altri campi che vende droga e macchine!”. Ribatte Mustafa.

“Io non lo so! Mi dispiace!”.

“Sara noi trovato terreno ‘busivo e lì vive altra gente ‘taliana che ci fa restare se noi paga loro. Loro dice che pure se ‘busivi nessuno butta fori noi. Polizia ariva prende documenti e va via. Tu che dici noi può andare lì? Tu vieni co’ noi vedere campo?”.




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20 settembre 2005

Ancora sgomberi

Dopo il 13 luglio (vedi post) gli sgomberi al residence Ex-Bastogi dei rom xoraxané sono continuati, sono rimaste soltanto 3 famiglie che a giorni dovranno essere sgomberate e abbandonate come le altre a vagare per le strade di Roma insieme con i loro innumerevoli figli: chi in macchina, chi col camper, chi accampato nei parchi.

Così inizia il viaggio tra gli uffici del Comune Roma. Chissà se riusciremo a sistemarli da qualche parte!

Ma il Piano rom del 2000 dell’Assessorato ai Servizi Sociali non prevedeva un graduale inserimento dei rom e sinti nelle case popolari? Non si poteva iniziare proprio da Bastogi dove già i rom abitavano, anche se abusivamente, da anni? Gli italiani abusivi che risiedevano a Bastogi dal 2001 hanno potuto beneficiare della sanatoria. I rom sono stati esclusi.




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19 settembre 2005

Campo della Monachina

Il 14 settembre è stato il mio primo giorno di lavoro e così comincia un nuovo anno: Residence Bastogi (rom napoletani e slavi i pochi rimasti non sgomberati ma in attesa di), Residence di Val Cannuta (rom napoletani) come sempre e la responsabilità di un nuovo campo rom, quello della Monachina. Il Residence Roma di Bravetta insieme ad altri due campi rom a è stato assegnato ad un'altra associazione. Nell’ultimo bando per il progetto di scolarizzazione dei rom e sinti il Comune di Roma ha previsto uno sbarramento a quattro invece che a cinque lotti (un lotto è un area che può comprendere anche più di un municipio, più campi nomadi o residence) e L’Arci anche se è riuscita a mantenere gli altri ne ha perso automaticamente uno

Insomma ho la responsabilità del progetto di scolarizzazione dei minori di un intero campo rom xoraxané di duecento individui che vivono in Italia in media da una quindicina di anni. Il campo è sorto spontaneamente più di dieci anni fa e ha mantenuto questo carattere di transitorietà fino ad oggi. Niente elettricità, sono collegati abusivamente ad un palo della luce, alcun sistema fognario, hanno dei bagni chimici (gli stessi che vengono usati durante i concerti o le manifestazioni), niente acqua calda, per il riscaldamento stufe a legna o a gas (bombole) come per la cucina.

“Dicono che il campo è di proprietà dell’Anas … Ma forse anche dello stesso proprietario che c’ha il terreno dall’altra parte della strada … Così dicono che non ce possono fare niente al campo, però almeno un po’ di breccio (brecciolino) in più ce lo possono porta’, no?!” Mi informa un giovane rom sposato con quattro bambini, lo stesso che sei mesi fa ha deciso di collegarsi per primo al palo della luce e a convincere gli altri a fare lo stesso.

Inizia un nuovo hanno scolastico, nel campo è previsto l’accompagno, la situazione è precaria: “Dicono che comunque ce ne dovemo anna’ via, che forse ci danno un altro campo, ma lo dicono sempre e poi stiamo sempre qui …” Continua un'altra giovane rom, ha venticinque anni, ha in braccio, intento a prendere il latte dal suo seno, il suo quarto ed ultimo figlio di tre mesi.




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29 luglio 2005

CPT Che vergogna!

COMUNICATO STAMPA

Sono ormai sei giorni che la signora Nevreza èrinchiusa illegalmente nel Centro di Permanenza Temporanea di Ponte Galeria.Intorno alla sua vicenda il silenzio è assordante, se si esclude lamobilitazione della rete per il superamento del campo rom di Vicolo Savini. Seigiorni di reclusione e una minaccia di espulsione che incombe. Già nellagiornata di ieri il sottoscritto e una mediatrice culturale del Municipio sisono recati presso la struttura di Ponte Galeria chiedendo di poterlaincontrare, ma dalla struttura è arrivato un no secco. Oggi un nuovo noall’entrata nonostante le richieste formalmente poste alle autorità competenti.Mentre il ricorso dei legali di Nevreza fa il suo iter, è intenzione di questoAssessorato presidiare l’uscita del Centro di Permanenza Temporanea con visitecontinue e continue richieste di colloquio, per scongiurare l’espulsione dellasignora e lo sradicamento dalla sua famiglia e dalla sua comunità.

Invito tutta la società civile e gli amministratorimunicipali più sensibili ad attivare simili iniziative di tutela di migrantirinchiusi illegittimamente nel Centro di Permanenza Temporanea, assicurandopresso il centro una staffetta della solidarietà a partire da domani stesso. Unastaffetta con fax alla Questura e alla Prefettura, visite o richieste di visita,interpellanze, ordini del giorno, tutto il necessario a togliere dall’isolamentoNevreza e le altre persone recluse.

    Sia ieriche oggi ho potuto assistere personalmente all’assenza del diritto dicorrispondenza con l’esterno che la legge dichiara. Soltanto l’avvocato è potutoentrare, mentre il rappresentante istituzionale del Municipio in cui vive e lamediatrice culturale sono stati accompagnati all’uscita dal Dirigente delCentro.

Invito, infine, il Municipio Roma XV, i suoiconsiglieri, Presidente, Assessori a pronunciarsi sulla reclusione di Nevreza ead esprimersi nuovamente sull’esistenza nel loro territorio del Centro diPermanenza Temporanea.

Ponte Galeria è illegale, Nevreza e gli altri reclusidevono essererilasciati.
                                                                       
L’Assessore
                                                                    Gianluca Peciola

           




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29 luglio 2005

CTP Che Vergogna!

Appello per la liberazione di Nevresa

 

Nevresa è una mamma di cinque figli tutti minorenni e tutti nati a Roma.

Alcuni di questi bambini sono molto piccoli e da una settimana piangono perchè la mamma non è con loro. La loro mamma è a Ponte Galeria, in un “Centro di Permanenza Temporanea”, una delle forme di lager moderni meglio riuscite.

Il marito di Nevresa ha un regolare permesso di soggiorno, i bambini di Nevresa sono nati a Roma, esiste una Convenzione Internazionale dei Diritti dei Bambini, che li difende da traumi psichici e fisici, e che vede nella vicinanza ai genitori, madre e padre, un elemento centrale per una crescita sana e armoniosa.

E’ già molto difficile crescere dei bambini nella roulotte del campo di Vicolo Savini, ma almeno era garantita l’integrità del nucleo familiare. Adesso Nevresa sta a Ponte Galeria, e i suoi bambini piangono a casa.

Noi siamo la rete territoriale “Ultimo Inverno a Vicolo Savini”, che faticosamente, e ormai da troppo tempo, affianca i rom nella richiesta di passare dalla favelas di Vicolo Savini a uno spazio dignitoso dove vivere e crescere i propri figli. Purtroppo molte sono state le battaglie, ma l’obiettivo non è ancora raggiunto.

Questa sottrazione di Nevresa alla sua famiglia è un ennesimo soppruso. E’ tutto molto legale, forse, ma nello stesso tempo è tutto una negazione dei diritti e della giustizia.

Il Municipio Roma XI, con l’Assessorato all’Intercultura ha posto con forza alle Istituzioni preposte il caso di questa donna, scegliendo in modo inopinabile da che parte stare, con la giustizia e con gli ultimi della terra.

Sosteniamo questa scelta in modo incondizionato e continueremo a batterci a difesa di questa donna e di tutte le persone ingiustamente vessate.

Rete territoriale “Ultimo inverno a vicolo Savini”, ACTION, Arci Solidarietà Lazio, Arci Roma, Associazione culturale “A. Musu”, Gruppo Intercultura Consulta Femminile Municipio Roma XI, Cooperativa Rom Bosnia Herzegovina ONLUS, Cobas Scuola Municipio Roma XI, Commissione Immigrazione Federazione Roma Rifondazione Comunista, C.S.O.A. “La Strada”, associazione “Occhio del Riciclone”, Rete Alternativa Informazione Nonviolenta.

 

Per adesioni p.pellini@inwind.it




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13 luglio 2005

All'arrembaggio!

Eccomi qui dopo più di un mese di silenzio per parlare di sgomberi.

Lunedì scorso c’è stato al residence ex-Bastogi l’ennesimo sgombero di altre tre famiglie rom. Così siamo a quota sei se si escludono le quattro dello scorso anno che furono mandate via da alcuni dei residenti regolari di Bastogi. Adesso si è in attesa dell’ultimo sgombero, quello delle restanti cinque famiglie: d'altronde la bonifica dei residence è assolutamente necessaria come ribadisce l’onorevole Galloro, l’incaricato dal Comune per l’Ufficio Case.

Strano a dirsi ma i rom a Bastogi non rappresentano il male peggiore. Abusivi sì, ma da più di tre anni, alcuni anche da cinque. Comunque buttare per strada più di quaranta bambini e una trentina di adulti non mi sembra una soluzione ragionevole. Le bonifiche dovrebbero essere radicali: è facile sanare una parte lasciando che un’altra si “infetti”. Ma la patata bollente comunque passa ad un altro assessorato e Galloro può dormire sonni tranquilli.

In questi ultimi mesi ho scritto svariate lettere al Sindaco e ai vari assessorati, compreso quello del Galloro, senza ottenere alcuna risposta. Oggi sono andata al V Dipartimento, quello delle politiche sociali, per chiedere aiuto. Ci siamo presentati lì senza preavviso una quarantina di rom, tra cui venti bambini, io e Valentina la volontaria del servizio civile. Avevamo appuntamento alle 9,30 di fronte all’edificio e sono arrivati tutti puntuali.

Ho esposto il problema a due ragazze-uscieri chiedendo se ci fossero alcuni responsabili che conoscevo, compreso l’assessore/a R. Milano, mi è stato risposto molto cortesemente di attendere.

Dopo un’ora un ragazzo sulla trentina , responsabile?, segretario?, portaborse?, comunque sconosciuto, mi ha chiamata, ha letto la lettera firmata da alcuni dei rom presenti, il presidente della mia associazione e da me, in cui si esponevano i fatti. A dire il vero è stato di una gentilezza squisita, ha mantenuto il sorriso e la calma anche quando gli ho chiesto se era possibile chiamare alcuni rom e si sono presentati tutti compresi i bambini.

“Siamo in emergenza, arrivano diecina di lettere ogni giorno e non riusciamo a trovare una soluzione per ognuno. In questi giorni gli sgomberi si susseguono e noi non siamo in grado di affrontare l’emergenza abitativa.”

“Allora che facciamo?! Noi occupa altra casa, sono tante case senza nessuno dentro!”.

“Noi pagato casa Bastogi e gli stessi italiani noi pagato chiama polizia e dice butta fuori loro!”.

“Noi vuole comprare terreno, Comune aiuta noi se noi compra?”.

“Non lo so! Non vi posso dire occupate, io lavoro al Comune! Mi dispiace non so cosa dire, mi dispiace...”

Davvero molto cortese, tutti molto gentili. Nessuno ha chiamato la polizia, ci siamo salutati e ognuno ha preso la sua strada.

Domani ... all’arrembaggio.


PS Due giorni fa ho tentato di coinvolgere anche la Repubblica e il Manifesto. Chi mi ha risposto sembrava molto interessato, mi hanno fatto un sacco di domande, chiesto il nome e un recapito telefonico. Ma anche da questo fronte nessuna novità. 




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10 maggio 2005

E' arrivata l'estate!

Venerdì 6 Maggio una palazzina del Residence  Ex Bastogi sgombero di 3 famiglie rom xoraxané.

13 bambini e 7 adulti sono per strada, il comitato degli inquilini di una palazzina del residence è riuscito ad ottenere dalla polizia lo sgombero degli “zingari” incivili anche se si era in attesa della sentenza del Tar per un ricorso all’avviso di sgombero pervenuto alle famiglie più di un mese fa.

Tutto ha il sapore dell’illegalità

I poliziotti giustificano col la questione di “ordine pubblico”: bussano alle porte, sono rimasti soltanto le donne e i bambini, e in modo deciso intimano di uscire immediatamente. Si caricano su un camioncino del Comune mobili e suppellettili che non si capisce come i rom riusciranno a recuperare visto che nessuno si è preoccupato di fornire loro una sistemazione sostitutiva.

Non c’è posto nella trentina di campi nomadi di Roma, non c’è posto nelle Case Accoglienza: “quando si avvicina l’estate molte chiudono, perché diminuisce l’emergenza abitativa per i senza tetto” mi risponde un operatore della Sala operativa sociale del Comune di Roma.

Intanto altre otto famiglie rom di Bastogi sono in attesa del prossimo sgombero. Nessuno sa dire quando avverrà, nessuno se ne prende la responsabilità. “Per i bambini si troverebbe comunque una sistemazione …” continua l’operatore ma non accenna alla possibilità che in questo caso interverrebbe come spesso accade il Tribunale dei minori e gli stessi bambini sarebbero tolti alla famiglia naturale perché non in grado di assicurare loro un’esistenza adeguata: ti tolgo la casa e non te ne do un’altra, ti tolgo i bambini visto che non sei in grado di trovartene una. Una logica ineccepibile.




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4 maggio 2005

Così è facile!

“il rapporto della Commissione europea sui campi di detenzione di Gheddafi. E gli accordi con il nostro governo”

«L'Italia paga le espulsioni dalla Libia»




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24 aprile 2005

33,3 quintali a zingaro

Zingari presi mentre si portano via centosettanta metri di guard rail




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22 aprile 2005

“I segni degli zingari impazzano in rete”

Questo articolo di Zeus News mi ha ricordato un fatto che avevo raccontato lo scorso anno sul blog

Assunta nun sa niente de ‘sti cose!

“Chi è?”. Busso alla porta di Carmela, una chiromante napuleje, madre di Assunta iscritta alla prima media.
“Ciao … scusa Sa’  c’ho ‘nu boccone in bocca, vuoi favori’?! ... Sì, ‘o so nun c’è cchiù andata a scola … Entra dint’o, guarda sta là, è tutta corpa sua je l’agge detto io … Assu’ hai visto che è venuta Sara?! … Telo prometto io Sa’, quand’è ca scola riprenne?”. Assunta stava sdraiata sul divano, dove la trovo spesso.
“Il sette gennaio ricomincia scuola ricordatelo, eh?!”. Guardo Assunta.
“O sette ce ritorna, telo giuro Sa’! E’ vero Assu’ ca ce ritorni?!”.

“Comunque sono passata per farvi gli auguri, venerdì non c’era nessuno in casa …”.
“Ah, grazie Sa’, auguri tanto puro a te!....

“Vabbè allora io vado …”.

“Senti Sa’, io scendo giù, devo aspetta’ a ‘na signora … ce vieni giù con me accussì parliamo un po’?!”. Mi chiede Carmela.

“Sì va bene… volevo anche chiederti una cosa!”. 

Qualche settimana fa una professoressa di una scuola media vicino al Residence Bastogi, mi ha mostrato un disegno. Era una figura che lei aveva riprodotto su un foglio, che qualcuno aveva disegnato vicino alla porta della sua casa. Un serpente posto verticalmente con la testa in alto, a metà del corpo una specie di freccia arrotolata e sulla coda una specie di freccia senza punta direzionata in alto, con quattro bracci -due per lato- alla sua metà e due alla punta. Lei aveva il sospetto che fosse un segno rom, degli zingari napoletani, e che in qualche modo l’avessero “presa di mira”. Era un modo, secondo lei, per marcare la sua casa, per poterla riconoscere. La scuola media dove insegna è frequentata da quattro alunni rom che seguo: due napuleje (zingari napoletani) e due xoraxanè (rom bosniaci) del Residence Bastogi.
Non conoscevo quel segno, non l’avevo mai visto. Ho quindi pensato di chiederlo direttamente a loro, ma non avevo ancora trovato il modo di farlo. Carmela era la persona giusta a cui chiederlo senza rischiare di offenderla.
 “Guarda un po’, secondo te somiglia a qualche segno zingaro? Che vuole dire secondo te?”. Gli mostro il disegno della professoressa.
“Dove l’hai trovato?”.
“Stava disegnato su un muro?”.
“E pecché melo dici proprio a me?!.
“Che ne so tu sei brava con le carte, la magia, ho pensato che forse lo sapevi?”.
“A Sa’, mo stai a dìcere ‘na pàlla?! Addò stava ‘sta cosa?”.
“Vabbè senti …”. Le racconto tutta la storia.
“Allora, senti a me, chiste è ‘nu segno brutto, ma si sta sùlo nun dice niente, e’ còmme po nòmme mie, ce stanno tante lettere in ‘sto nòmme, no?!, se me chiami co  ‘na lettera sola mica me poi chiama’, io mica te rispondo, no?! Io so sùlo ca ce stanno dodici segni còmme a chesti ccà, ‘sti segni so’ buoni po segna’ ‘o destino!”.
“Cioè, servono tutti e dodici i segni per poter dire qualcosa sul destino di qualcuno?!”
“No, tutti e dodici, ce ne bastano minimo a due, ma puro tre o cinque se possono trova’ tutt’assieme … Chìsto ccà è ‘nu segno brutto, ‘o serpente sta conficcato, ma sùlo còmme sta ccà po me nun po’ dìcere niente ... mamma mia a Casorio c’ha ‘nu libro antico assai ca dice tutte ‘e cose su ‘sti segni. Noi siamo alfabete, nun sappiamo leggere, ma ce stanno le figure in ‘sto libro … A capodanno ce devo anna’ se melo lascia telo porto! Però nun ce credo ca me lo dà,  chiste so’ cose preziose!”.

“Pure te c’hai i segni sulle braccia, non me ne ero mai accorta?!.
”Mamma mia m’ha segnato quànno stavo in fascie, guarda ccà!”. Mi mostra sul polso un segno: sei puntini neri, uno al centro e altri cinque attorno, disposti a raggiera, e anche altri due segni ormai sbiaditi.
So’ tutti segni ca m’ha fatto lei pecché sapeva già chéllo ca ho fatto quànn’ero cchiù grandicella. Vedi chìst’accà?! (mi mostra quello sul polso, ndr) Chìsto c’ha sémpe cinque punti e invece lei me n’ha voluti fa’ sei,  pecché io c’ho avuti due amanti Sa’!, (lo dice sottovoce guardandosi attorno, ndr) o marito che c’ho mo’ e un altro prìmma de lui. Lei ‘o sapeva già quànn’ero  in fasce!”. A Sa’, nun lo a nisciuno, me raccomando eh?!”.
“ E tu hai fatto lo stesso con Assunta, l’hai segnata?”.
“No!, mo’ cheste so’ cose passate, Assunta nun sa niente de ‘sti cose! E’ meglio ca se fa i triballe (tatuaggi, ndr) chélli ca se fanno ‘e ragazze d’oggi!”.




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14 aprile 2005

Campo rom di Vicolo Savini Che vergogna!

Lettera aperta a Valter Veltroni, Sindaco di Roma

 

p.c. A Assessore ai Servizi sociali – Comune di Roma

                        p.c. A Presidente Comm.Servizi Sociali Comune di Roma

                        p.c. A Presidente Municipio Roma XI

                        p.c. A Assessore Intercultura Municipio Roma XI

 

Gentilissimo Sindaco,

 

siamo la comunità rom di Vicolo Savini e la rete delle realtà territoriali che da anni la affiancano nella sua ferma richiesta di superamento dell’estremo degrado e dell’ormai insostenibile situazione del campo.

Qualche mese fa abbiamo appreso con gioia che Lei aveva assunto personalmente l’impegno di  trovarle una soluzione entro il mese di febbraio 2005. Di recente l’Assessore Milano ci ha comunicato che il superamento del campo di Vicolo Savini è una specifica voce del bilancio approvato dal Consiglio comunale e che si prevede di realizzare l’intervento nella primavera.

Al di là dello slittamento, ci sentiamo comunque incoraggiati a partecipare, con entusiasmo e con rinnovata speranza, alle attività avviate per raggiungere questo agognato obiettivo.

In particolare la comunità si è attivata per elaborare liste delle famiglie presenti nella comunità e la loro proposta suddivisione nei villaggi, mentre la rete territoriale ha supportato, dal punto di vista logistico, queste azioni.

Ribadiamo la nostra disponibilità a collaborare con l’ente locale, per quanto ci è possibile. Nello specifico riteniamo di poter dare un prezioso contributo nel promuovere azioni e iniziative sul territorio, per facilitare la realizzazione di questo avvenimento in un clima di dialogo e di scambio interculturale.

Vorremmo nello stesso tempo esprimere la nostra preoccupazione perchè siamo ormai ad aprile e non abbiamo avuto modo di esaminare il progetto dei nuovi villaggi. Sappiamo, inoltre, che ci sono alcuni problemi tecnici che ci preoccupano molto. Se a questo fatto aggiungiamo il dato che la richiesta di elaborare liste, ha comportato un immediato aumento delle persone presenti al campo (peggiorando, in questo gelido inverno, la situazione di vita di molte persone), tale apprensione è ancora più comprensibile.

Chiediamo quindi che venga al più presto istituito un tavolo permanente, che possa essere informato sull’andamento dei lavori, e possa monitorare in modo costante la situazione; che possa portare il proprio  contributo alla progettazione dei villaggi; che possa svolgere, sul territorio, un’azione di promozione del dialogo interculturale a partire da una puntuale e corretta informazione.

Per scongiurare azioni singole scoordinate che potrebbero essere innescate da una nuova perdita di fiducia, inevitabilmente fragile dopo lunghi anni di attesa, Le chiediamo, in tempi brevissimi, un incontro con la comunità e la rete territoriale in cui, pubblicamente, stabilire i tempi definitivi della soluzione abitativa per la comunità rom di Vicolo Savini.

 

Roma, 6 aprile 2005                                                                 Cordiali saluti 

 

La comunità rom di Vicolo Savini, ACTION, Arci Roma, Arci Solidarietà Lazio, associazione culturale Django Jazz Tzigana, 178° Circolo Didattico, associazione antirazzista e interetnica 3 febbraio, associazione antirazzista e interetnica ROM di via di Villa Troili, associazione Il Tetto, Caritas Diocesana Settore Volontariato, Cobas Scuola Municipio Roma XI, Comm. Immigrazione Federazione P.R.C. Roma, C.S.O.A. La Strada, Consultorio familiare via Casilina 711, Cooperativa Rom Bosnia Herzegovina, Gruppo Interculturale  Consulta femminile Municipio Roma XI, Dirigente Scolastico, alunni, genitori, personale docente e non docente dell’Istituto Comprensivo Carlo Alberto Dalla Chiesa, L.A.O. Acrobax, Associazione culturale Musu, Associazione culturale Occhio del Riciclone, Abate Luciana, Professore Brazzoduro Marco, Cavallaro Chiara, Coltura Eliana, D’Ascanio Italo, Del Pico Sabrina – operatrice scuola, Joao Xerri OP, co-promotore internazionale Giustizia e Pace della Famiglia Domenicana, Gabrielli Mara, Granati Simona – fotoreporter, Stefania Menchinelli – sociologa Dipartimento DIES Università La Sapienza - Montesi Stefano – fotoreporter, Patti Anna Maria, prof. Medicina La Sapienza, Romagnoli Serena – insegnante Istituto Professionale Rossellini, Rossano Raffaella, Trillò Maria Edoarda – pediatra, Michele Valente, presidente dell’associazione culturale Pediatri del Lazio (A.C.P. Lazio).

Manifestazione

per il superamento

del campo di Vicolo Savini

28 aprile ore 10.00

partenza da Piazza Albania

arrivo a piazza San Marco

 

Invitiamo tutti a manifestare con noi, per chiedere al Sindaco di Roma, quali soluzioni e quali tempi per trovare una sistemazione dignitosa in nuovi villaggi attrezzati, come da tempo ci viene promesso.

Chiediamo l’istituzione di un tavolo permanente, che possa: essere informato sull’andamento dei lavori, e possa monitorare in modo costante la situazione; portare il proprio  contributo alla progettazione dei villaggi; svolgere, sul territorio, un’azione di promozione del dialogo interculturale a partire da una puntuale e corretta informazione.

Vogliamo anche portare le nostre proposte: un’ampia articolazioni di azioni alternative alla costituzione di nuovi villaggi, che in altre città sono state già messe in atto, spesso con buoni risultati.




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11 aprile 2005

Affidamenti temporanei

“Sara fine mese faccio bambino, io non può tenere Alisha ancora piccola, altri figli piccoli, come fare a tenere co’ me? … Sara tu aiuti, trova familia solo un po’ tiene mio filio poi io dopo prende co’ me. E’ melio pe’ mio bambino no vive adesso co’ me, io no’ possa tenere lui inbraccia tuto giorno … Tu sicura loro no’ prende per sempre mio bambino?”

“Senti Ramiza io conosco un assistente sociale che forse ti può aiutare ci parlo e poi ti dico …”

“Io fiducia di te se tu dice tu dai bambino questa familia io do.” Ramiza è una rom xoraxané (bosniaca) di ventotto anni.

 Ramiza ha partorito un mese fa un maschietto, il suo settimo figlio. Nel frattempo ho parlato con l’assistente sociale che mi ha assicurato che l’affidamento temporaneo era possibile per un anno e che non sarebbe stato coinvolto il Tribunale dei Minori che spesso crea dei problemi al momento della restituzione ai genitori naturali. Spesso, infatti, soprattutto se si tratta di rom o immigrati, il Tribunale ritiene che sia dannoso per il bambino ritornare dalla sua famiglia naturale, considerandola poco idonea ad assicurare una crescita “normale” per il proprio figlio.

 Il bambino di Ramiza è da un mese che si trova in ospedale, ha avuto dei problemi alle gambe fortunatamente risolti e comunque Ramiza ha preferito non portarlo a casa:

“Sara io no’ volio che suoi frateli vedono lui, loro poi sta male piange quando porto via, è più melio così. Tu dici assistente che familia va co’ me  ospitale e prende là mio bambino …”

La nuova famiglia è stata trovata, una coppia giovane con due figli:

“Loro da indietro mio filio, loro ha gia bambini, loro può avere altri bambini, loro giovane. Io più tranquila. Io visto loro nei occhi, loro bravi, gentili co’ me.” Una settimana fa Ramiza ha già avuto un incontro con questa coppia.

La prossima settimana ci sarà l’incontro e l’affidamento ufficiale in ospedale. Ramiza ha chiesto che fossi presente così incontrerò la giovane coppia. Ramiza potrà vedere il suo bambino una volta ogni quindici giorni e anche di più se ne farà richiesta. Negli ultimi tre mesi le visite saranno più fitte in vista del ricongiungimento famigliare.

 




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6 aprile 2005

Anche i rom (napoletani) in fila al Vaticano

“Ciao Sa’!”.

“Ciao Vincenzo come va?!”

“Insomma! Stanotte avimmo dormito poco.”

“E come mai?”

“Mi’ moglie co’ ‘e bambine so’ annate da 'o papa. So’ tornate a casa ae quattro stanotte, c’era nu sacco de gente!”

“E quanto tempo ci sono state ad aspettare?”

“So’ partite aieri pomeriggio.”

“Mamma mia, hanno fatto tutta quella fila per vederlo solo per un attimo?”

“E che fa, e che dovevano fa? Bastava che se vede, no?!”

“Allora, neanche Assunta sta andando più a scuola … Lo sai che se il papa avesse saputo che non mandi i tuoi figli a scuola mica sarebbe stato contento …”

“’O so … o so’ … (ci pensa un po’ su) Da domani ce vanno tutti to ‘o prometto!”

“Ma tu perché non ci sei andato?”

“Pecché abbasta che l’hanno visto mi’ moglie e ‘e figlie mie. L’hanno visto loro va bene accussì!”

E tu ce sei annata?”

“No …”

“Ma come!E pecché?”

“Perché io non ci credo …”

“E che vor dì! E’‘o papa no?! ” Mi guarda incredulo e sorride.

 

Vincenzo è un rom napoletano, ha sette figli, quattro dei quali ancora in età scolare. Il più piccolo di nove anni ha frequentato per soli quattro giorni e Assunta di tredici anni fa la quinta elementare.

 




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4 aprile 2005

CPT che vergogna!

Continua la mobilitazione contro i CPT e menomale che qualcuno grida allo scandalo!
E la "vita" continua anche se un uomo/papa finisce il suo mandato biologico/spirituale/politico-mondano.




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16 marzo 2005

2. CTP Che vergogna!

La vicenda di don Lodeserto direttore del CPT (centro di permanenza temporanea) (vedi anche post 24 febbraio) di Lecce mi fa venire in mente quello che mi dicono i rom slavi con cui lavoro ogni volta che si parla del CPT di Acilia (Roma)
"Io lì no vado, lì più brutto di prigione! Io stato lì, tu dici a polizia manda me prigione invece di manda lì!".
Lo sgombero da Bastogi incombe (vedi post del 4 marzo), insieme ad un avvocato stiamo facendo ricorso al TAR, il patrocinio è gratuito.




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16 marzo 2005

petizione contro la direttiva Bolkestein

A seguito dell'iniziativa dell'ex commissario europeo Frits Bolkenstein (liberale olandese), è attualmente in discussione un progetto di direttiva (legge europea) sulla libera circolazione dei servizi in seno all'Unione Europea

 

Una petizione contro questa direttiva

LIBERALIZZAZIONE DEI SERVIZI IN EUROPA

Incontro confronto del PSE sulla direttiva Bolkestein

19 Gennaio 2005 Bruxelles, Parlamento Europeo

Relazione di Antonio Panzeri parlamentare europeo responsabile per le politiche per l’Europa della CGIL
Sabato una manifestazione a Bruxelles contro la direttiva Bolkestein




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