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18 dicembre 2006

Anche Zajko veste trendy

NOVAMAGAZINE

“Non capisco perché chiedono l’elemosina, tanto lo sanno tutti che sono ricchi! Hai visto che macchine che hanno?! Io vivo proprio vicino a un campo zingari e vedo tanti ragazzini che si vestono con tutta roba di marca! …”. Mi ribadisce la madre di un compagno di scuola di Zajko, un ragazzino rom bosniaco (xoraxané) di quindici anni.
Zajko veste trendy, come la maggior parte dei suoi coetanei italiani. Ha imparato a tra-vestirsi per mimetizzarsi tra i suoi coetanei gagé (non zingari)...

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27 ottobre 2006

Prilep e le sue guerre di religione

Ho incontrato un architetto macedone che lavora all’Istituto per la protezione culturale dei monumenti con sede nel museo di Prilep. E’ una donna sulla cinquantina, giunta all’appuntamento con due minuti di anticipo si è subito scusata per il suo presunto ritardo.  
Quando sono arrivata otto mesi fa a Prilep, sud della Macedonia, la prima cosa che mi ha colpito è stata una moschea diroccata nel centro storico, Charshi Dzami, la moschea/dzami del mercato/charshi. Erano rimaste in piedi poche cose. Parte delle mura laterali, l‘al-mihrab, la nicchia che indica la Mecca, alcuni gradini delle scale che portavano al pulpito, l’al-minbar, e il minareto, l’al-manarah.
Pensai che fosse un peccato lasciarla al suo destino, discarica di rifiuti ed escrementi di ogni genere. Probabilmente aveva qualche valore storico. Pensai: chissà se è possibile fare qualcosa. Ed è stato anche questo il motivo dell’incontro con l’architetto del Museo.

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28 febbraio 2006

Le droghe emarginate, ovvero

Una storia di ordinaria emarginazione di Sara Marullo
(Il Mondo Domani, rivista bimestrale Unicef)

L’esame clinico del paziente non ha mostrato alcuna patologia di rilievo legata all’uso di sostanze inalanti come la benzodiazepine. Il soggetto si presenta nella norma considerando le condizioni di estrema indigenza e precarietà in cui vive.

Questo è in sintesi quanto è emerso dalla relazione medica rilasciata lo scorso anno da un importante ospedale pediatrico di Roma su un minore seguito dalla associazione per la quale lavoro*: Luca un bambino rom xoraxané di sette anni.

Da quasi due anni continua a sniffare benzina, evidentemente una sostanza talmente volatile da non lasciare traccia.

Le statistiche dell’Osservatorio Europeo delle Droghe e delle Tossicodipendenze che rilevano come il consumo di sostanze stupefacenti (eroina, ecstasy …) sia esteso fino ai minori di 11 anni, non tengono conto di sostanze come gli inalanti: benzine, colle, vernici, gas delle bombolette spray …

Eppure il fenomeno è assai diffuso.

La benzina ha un costo irrisorio, è una sostanza lecita perché non rientra tra le sostanze stupefacenti, ma è una vera droga, la droga dei poveri e degli emarginati. Può dare assuefazione e quindi dipendenza ed i suoi effetti possono essere devastanti.

Nella Australia del Nord sono più di 500 i giovani aborigeni che fanno uso di benzina. Negli ultimi anni ne sono morti a decine ed altri sono finiti sulla sedia a rotelle, per i suoi effetti deleteri sul sistema nervoso centrale.

Nella pubblicazione curata dal Department on substance abuse dell'OMS, “Young people and substance use: a manual”, il concetto di sostanza stupefacente include anche le benzodiazepine, antistaminici e inalanti vari superando i confini in cui si è soliti restringere le droghe che si associano alle tossicodipendenze. Il manuale è stato scritto pensando principalmente alle giovani generazioni dei paesi in via di sviluppo e a quelli che vengono definiti bambini di strada che vivono sotto la soglia della povertà. Bambini dello Sri Lanka

(più di 2.500 per le strade di Colombo), delle Filippine, del Brasile (in cui è così diffuso il dramma dei meninos de rua che sniffano colla); della Bolivia, della Romania, dell'India (dai 100.000 ai 200.000 bambini di strada) …

A Roma, già da qualche anno, l’uso della benzina si sta diffondendo tra i minori delle diverse comunità rom. Luca non è il solo che “sniffa”, soltanto nel campo in cui vive sono almeno cinque. Non è difficile vederli e soprattutto percepire il forte odore di benzina che emana dai loro corpi. Spesso girano come intontiti con una bottiglietta di plastica in mano che li accompagna durante il giorno: due dita di benzina che ogni tanto “rimboccano”.

Per fronteggiare questo fenomeno si sta studiando la possibilità di un Progetto Pilota Integrato che contempli la partecipazione di più attori (Servizi Sociali, il Centro Antimendicità del Comune, l’Arci e un ospedale pediatrico …) presenti nel Municipio dove vive Luca con la madre e tre fratelli, due dei quali di undici e quattordici anni sniffano benzina anche loro. In una baracca di legno, priva di servizi igienici, se non di un bagno chimico poco distante.

Frequenta la prima elementare per la seconda volta, non sa ancora leggere e scrivere. In classe è svogliato, a volte si addormenta sul banco, troppo spesso chiede di andare al bagno e quando ci va sembra non dimenticare mai il suo zaino …




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15 aprile 2005

La scuola di Sanela

La scuola di Sanela di Sara Marullo
(pubblicato nella rivista Il Mondo Domani dell'uNICEF di Marzo-Aprile 2005)

 “Sanela è una ragazzina introversa, aggressiva, strafottente, usa un linguaggio volgare e poi si addormenta spesso soprattutto durante le ultime ore di lezione”, mi raccontano le sue insegnanti di prima media.

Sanela è una ragazzina rom xoraxané di undici anni, non parla bene l’italiano, in casa il rom e lo slavo sono la lingua corrente; scrive, soltanto in stampatello, e legge con difficoltà; sa appena fare qualche operazioni di base ma non sa ancora contare fino a cento. Si è scoperto che ha una particolare attitudine per il disegno. La sua famiglia è rom xoraxané, fuggita alle persecuzioni serbe in Bosnia ai tempi della guerra nella ex-Iugoslavia. Fino a tre anni fa vivevano in un campo nomadi, poi in seguito ad una faida tra famiglie rom sono stati costretti ad andare via. Hanno così occupato una casa in un Residence nella periferia di Roma, un appartamento di due stanze dove vivono dieci persone.

 Il punto è: come si può coinvolgere alla vita scolastica una ragazzina che è appena scolarizzata?

 Sanela non ha fatto la scuola per l’infanzia (necessaria per l’acquisizione dei prerequisiti di base) e solo negli ultimi tre anni ha frequentato la scuola elementare con regolarità. Ha preso la licenza elementare pur avendo, secondo il giudizio delle sue insegnanti, chiari disturbi dell’apprendimento. In pratica senza aver raggiunto i requisiti necessari: non aveva acquisito conoscenze nelle capacità di astrazione, nella logica linguistica, matematica e nella costruzione di un buon vocabolario; aveva serie difficoltà di creare in autonomia strategie di apprendimento nella memoria e nelle capacità di attenzione.

Come si può incuriosire una ragazzina che ha soprattutto bisogno di attenzione e di non sentirsi diversa, mancante di qualcosa?

Come può partecipare se non ha strumenti per capire la maggior parte delle cose che si insegnano?

 Forse il problema è a monte. Probabilmente è la scuola che dovrebbe dotarsi di strumenti e metodi didattici diversificati e quindi adatti ad affrontare le diverse problematiche. Ogni studente andrebbe valutato secondo il proprio bagaglio personale e percorso vissuto.

 Secondo lo psicologo e neuropsichiatria Howard Gardner ogni studente andrebbe valutato secondo le abilità, i “talenti multipli” o intelligenze che potenzialmente possiede e che potrebbe sviluppare. Anche studiosi come Jerry Fodor, Paul Rozin, Michael Gazzaniga, Allan Allport, F.J. Gall, J.P. Guilford, pur con modalità differenti, hanno abbracciato la nozione che la cognizione umana è costituita da diversi sistemi cognitivi specifici.

Prendendo le distanze dalle pratiche comunemente adottate per individuare il cosiddetto "Quoziente di Intelligenza" (Q1), l’intelligenza secondo lo psicologo non è riconducibile unicamente al tradizionale "dualismo logico linguistico", ma si articola in un ampio ventaglio di diverse intelligenze, con caratteristiche e sfumature diverse da bambino a bambino.

Gardner ha cercato di fornire delle risposte studiando anche il valore che si attribuisce alle diverse abilità nella nostra cultura oggi, nella storia e nelle culture di tutto il mondo. Ha ribadito più volte quanto sia determinante per individuare corrette modalità e strategie educative: “Cercare di capire le intelligenze dei bambini e personalizzare, individualizzare l'educazione il più possibile. Se si vuole che ognuno impari lo stesso materiale; si può insegnarlo in molti modi, e si può anche stimare o valutare in molti modi ciò che lo studente sta imparando.” (intervista sul New Times, Demand New Ways of Learning).

 Inoltre lo sviluppo di queste abilità dipende moltissimo dal tipo di educazione che si è ricevuta e dagli stimoli offerti dall’ambiente in cui si vive. “… Gran parte dell'informazione essenziale per lo sviluppo inerisce alla cultura stessa anziché essere semplicemente all'interno del cranio dell'individuo." (Gardner).

Nella  classe di Sanela ci sono anche altri tre ragazzini stranieri, provenienti dal nord Africa e dalla Cina, considerati anche loro “estremamente problematici”. Le insegnanti spesso si trovano in difficoltà ad insegnare a studenti che non rientrano nei parametri standard, sia  italiani che di diversa nazionalità e cultura.

Tra le diverse tipologie di abilità  (logico-matematica, visivo-spaziale, linguistica, corporeo-cinestetica, musicale …) ci sono quelle che lui chiama personali (conoscenza di sé e degli altri) che sono “una forma di conoscenza più integrata, più soggetta al controllo della cultura e di fattori storici …. Le culture si trovano di fronte alla possibilità di scegliere, come unità primaria di analisi, il Sé individuale, la famiglia nucleare o un’entità molto maggiore (la comunità o la nazione) attraverso questa scelta le culture determinano, anzi impongono, la misura in cui l’individuo guarda all’interno verso se stesso o guarda all’esterno verso gli altri” (Howard Gardner, Forma Mentis, pag. 294-295).

 Si dovrebbe cercare cioè di osservare il bambino nella sua complessità nel tentativo di individuare quelle aree a lui più congeniali, per scoprire le chiavi di rinforzo che lo possano gratificare nell'apprendimento e nel potenziamento di altre aree o abilità per lui meno stimolanti. Tutti, possono sviluppare le diverse intelligenze di cui sono dotati, se messi nelle condizioni adatte.

 Sanela lo scorso anno scappò dalla sua scuola elementare, la maestra di religione gli aveva dato uno schiaffo dopo che aveva rotto alcuni lavoretti di Natale e pronunciato “parole molto volgari”. Non era la prima volta. Da quanto appresi dai suoi compagni, era stata più volte malmenata da un’altra maestra. Un suo compagno di classe italiano mi disse che se lo avessero fatto a lui la sua famiglia lo avrebbe sicuramente difeso. Sanela quel giorno andò a casa e la madre fece finta di niente, “non ci si mette contro le istituzioni”. Così quel giorno ritornò subito a scuola. A sonnecchiare.




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22 settembre 2004

I rom Napulengre, una realtà sommersa.

I Rom Napulengre, una realtà sommersa


Nell’immaginario collettivo gli zingari sono un’alterità, un’alterità da evitare, che viene da lontano. Zingari senza patria, tutti uguali: girovaghi, mendicanti, ladri, sporchi, uomini, donne, bambini senza una propria individualità, semplicemente zingari e questo basta per designarli. Eppure provengono da paesi diversi, con tradizioni, religioni, credenze proprie che plasmano il loro universo e il loro modo di rapportarsi con l’altro da sé: Bosnia, Serbia, Croazia, Kossovo, Macedonia, Romania, Polonia.


Non sono tutti uguali, anche se probabilmente i loro antenati si sono mossi dallo stesso luogo: l’India. Attraverso lo studio delle loro lingue, si è stabilito, infatti, che gli zingari sparpagliati ormai in tutto il mondo, hanno un’origine comune e che le loro parlate deriverebbero da un’unica lingua, il romanì. La grande migrazione dall’India iniziò circa mille anni fa: Persia, Armenia, Impero bizantino e finalmente nel XV secolo in Europa. Durante i secoli XVII, XVIII e XIX arrivarono persino in America, in Australia e in Sud Africa.


In Italia sono circa 110.000 di cui 70.000 di cittadinanza italiana. Molti di questi ultimi sono in Italia da più di cinquecento anni, altri dalla prima e seconda guerra mondiale. Il primo documento che parla della presenza di un gruppo di zingari in Italia è datato 1422, a partire da questa data e probabilmente anche da prima, gruppi di zingari provenienti dall’India del Nord (Sinti) e dal Centro (Rom) si sono sparpagliati in diverse regioni da cui deriva il nome che li distingue: Sicilia-Camminanti siciliani, Campania-Rom napoletani-Napulengre, Abruzzo-Rom abruzzesi, ecc… Sono gli zingari che dovremmo considerare meno alieni, i Rom e i Sinti italiani.


Secondo le stime della Caritas 2003, gli zingari che vivono a Roma in insediamenti spontanei, semi-attrezzati, attrezzati o in terreni acquistati sono 7491, a questa cifra relativamente bassa, si devono aggiungere un migliaio di zingari, più difficilmente censibili., soprattutto italiani, che vivono nelle case, e quelli non censiti, perché di recente arrivo o perché itineranti.


Anche a Roma, quindi, oltre ai rom stranieri, vi è una grande presenza di rom e sinti italiani, zingari che nel corso del tempo si sono stabiliti per lunghi periodi nella capitale, come ad es. alcune famiglie napulengre (oggi stimate ad una cinquantina).


I Napulengre iniziarono a migrare a Roma dalla provincia di Napoli e di Benevento, prima stagionalmente poi stabilmente, a partire dagli anni cinquanta. Fino a circa quindici anni fa la maggior parte di loro viveva nelle roulotte o in case occupate abusivamente ma il Comune decise di offrir loro delle sistemazioni abitative in diversi Residence, alloggi transitori in attesa di un’assegnazione definitiva, e in case popolari della periferia romana.


Fabbri, addestratori di pappagallini che “portano la fortuna”, possessori di pianole meccaniche, chiromanti, commercianti e suonatori di fisarmonica ambulanti, mendicanti, guidatori di carretti e di pony con cui trasportare i bambini nei parchi: erano venuti a Roma con la speranza di guadagni più proficui, oggi vivono a stretto contatto con realtà ai margini, in cui la devianza rappresenta l’unica alternativa valida. Il contesto di degrado ed esclusione sociale ha causato un progressivo avvicinamento della comunità napulengre alla microcriminalità, e, spesso, i profitti di tali attività illegali rappresentano oggi l’unica fonte di sostentamento.


La maggior parte di questi zingari italiani, fruisce di una cultura orale, illetterata, analfabeta, come la si voglia denominare, ed è per questo che il Comune di Roma si è posto il problema della scolarizzazione dei loro figli. Da circa nove anni il Comune ha indetto dei bandi per la realizzazione di progetti che hanno come obiettivo la scolarizzazione dei minori rom e sinti, stranieri e italiani per favorire un loro possibile inserimento nella società. E’ da nove anni che l’Arci Solidarietà Lazio Onlus e Capodarco, due associazione la cui attività specifica è appunto la scolarizzazione dei minori rom e sinti, si occupano anche dei minori napulengre, che sono circa una sessantina.


Sono pochi i minori che frequentano regolarmente la scuola anche se le percentuali delle presenze sono in progressivo aumento. I loro genitori sono restii ad affidare i propri bambini soprattutto alla scuola materna, in cui è ancora basso il numero degli iscritti. Questo non favorisce l’inserimento scolastico e rallenta il processo di apprendimento. Raramente i bambini terminano il ciclo della scuola elementare, benché la maggior parte sia iscritta. Ancora più problematica è la situazione nella scuola media. Gli adolescenti, vivono la fase critica di passaggio all’età adulta e non avendo acquisito una preparazione scolastica adeguata faticano a seguire il percorso didattico.


La conseguenza è un altissimo tasso di analfabetismo e di analfabetismo di ritorno anche tra le generazioni più giovani. Le ragioni di questo scarso inserimento scolastico sono diverse, ma soprattutto è da considerare che i minori napulengre pur essendo cittadini italiani fruiscono di una cultura, quella dei rom napulengre, che per molti aspetti ha mantenuto la sua specificità nel tempo. Più il minore cresce più potenzia la consapevolezza di un’appartenenza e il senso di estraneità verso gli altri minori e adulti non zingari (gagé in rom).


Forse al momento del loro inserimento scolastico sarebbe opportuno ricordarsi che il contesto in cui vivono è analfabeta e che sono portatori di una cultura per molti aspetti “altra”. Forse il sistema scolastico dovrebbe reinventarsi e adeguare i propri programmi didattici alle nuove realtà e non solo a quelle dei napulengre, ma anche a tutti i diversi rom, sinti e  minori extracomunitari. La scuola dovrebbe essere la prima a stimolare un reale dialogo interculturale che non è un semplice raccontarsi reciproco ma è in un certo senso un dialogare cambiando, sforzandosi di comprendere che l’essere uomo è anche e soprattutto essere altro da sé.

 

*Questo è un mio articolo uscito questo mese sulla rivista bimestrale ”Il Mondo Domani”,dell’Unicef  Italia il linK è nel titolo





 




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