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Diario
 


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18 dicembre 2006

Anche Zajko veste trendy

NOVAMAGAZINE

“Non capisco perché chiedono l’elemosina, tanto lo sanno tutti che sono ricchi! Hai visto che macchine che hanno?! Io vivo proprio vicino a un campo zingari e vedo tanti ragazzini che si vestono con tutta roba di marca! …”. Mi ribadisce la madre di un compagno di scuola di Zajko, un ragazzino rom bosniaco (xoraxané) di quindici anni.
Zajko veste trendy, come la maggior parte dei suoi coetanei italiani. Ha imparato a tra-vestirsi per mimetizzarsi tra i suoi coetanei gagé (non zingari)...

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8 novembre 2006

28. Makedonia is going on

Alma Kiani continua a parlare come un treno, ci siamo incontrati spesso in questi mesi, è stato lui ad accompagnarmi il giorno dello Gjurgjovden, ma non è mai capitato che mi parlasse così a lungo e soprattutto di lui. ”Io continuo a parlare romanes ma soltanto in casa, quasi tutti i roma di Prilep hanno dimenticato la propria lingua e ormai l’unica differenza che esiste tra roma e macedoni è la religione. A Trizla sono tutti musulmani e c’è soltanto una famiglia roma ortodossa”. Sembra aver concluso ma riparte raccontandomi del suo lavoro in una fabbrica di tabacco per quaranta anni, dove i macedoni erano in maggioranza ed era sempre stato trattato come uno di loro. Si è fatto tardi ed Alma ed io dobbiamo andare dall’anziana signora, mi spiace salutare Kiani, così preso nel suo racconto che il suo caffé turco è ormai freddo. “La vera differenza e’ che i macedoni sono stati sempre i padroni, i roma hanno sempre lavorato per loro e continuano ad essere come in passato i loro “argat” (vassalli).”, ripete a voce alta mentre ci allontaniamo. Arriviamo di fronte ad una casa ad un piano. Tre finestre, una porta d’entrata, un giardinetto rinsecchito. Bussiamo, nessuno risponde. L’anziana donna, la donna centenaria custode della storia di Mosha non riesce più a parlare e a sentire e a camminare. Passa le ore seduta di fronte alla finestra aspettando forse chissa’. Eravamo arrivate fin lì, abbiamo atteso per un po’ ma nessuno ci ha aperto. (undicesima e ultima parte) La mia avventura macedone si conclude qui.




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4 novembre 2006

27. Makedonia is going on

Alma

- Io sono un roma fortunato! -, esordisce Kiani, - Aisha, mia moglie, non sa leggere, ma io sì. -

Era stato un matrimonio combinato il suo, lui avrebbe voluto sposare un’altra ragazza macedone di cui era follemente innamorato fin da quando era bambino. Ma il suo patrigno, Mamut, un “roma musulmano, comunista e ufficiale cadetto, partigiano durante la seconda guerra mondiale”, lo costrinse a sposare Aisha perché figlia di un suo caro amico. 

Kiani perse il padre (Adem) quando aveva otto anni, faceva il fabbro e se non fosse morto avrebbe continuato anche lui a fare lo stesso mestiere. Lo stesso di suo nonno che era “un roma serbo musulmano di Nis e che visse fino ad ottanta anni.” Sua nonna paterna “era di Prilep e “puliva le case dei ricchi, non era roma ma una turca musulmana e la sua famiglia veniva dall’Anatolia.”

L’unica cosa che Kiani recrimina a Mamut, il suo patrigno, è di averlo fatto sposare con Aisha perché la sua infanzia è stata davvero “fortunata”. Mamut lo fece andare a scuola fino all’accademia militare di Titograd in Montenegro, voleva che seguisse le sue orme, ma Kiani non riuscì a completarla, “era troppo lontana”, e frequentò soltanto per due anni. La sua era una “famiglia ricca” e a casa si parlava solo macedone. Non si era mai posto il problema della sua appartenenza etnica, roma e macedone potevano essere sinonimi e scoprì dell’esistenza di altri roma soltanto a tredici anni. Andò avanti fino a vent’anni senza curarsene troppo ma subito dopo il suo matrimonio fu costretto a trasferirsi a Trizla 2, “soltanto lì era possibile costruirsi una casa”, e quindi a vivere tra gli altri roma. Così, a poco a poco iniziò a scoprire il senso di essere un roma. Prese contatto con dei suoi parenti di Skopje che gli insegnarono “la storia e la cultura dei roma”, i primi rudimenti di romanes, e che la lingua era il “cuore di una cultura”. Imparò a parlarlo anche con l’aiuto della moglie e in casa divenne la lingua corrente e continuò ad esserlo anche con i suoi tre figli. Ma lui si sente soprattutto macedone perché “ha abitato qui fin dalla nascita” e “non gli hanno dato un altro paese in cui vivere”. (decima parte




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3 novembre 2006

26. Makedonia is going on

Alma

Siamo arrivate a Bitola Alma ed io per incontrare la donna centenaria che ha conosciuto il trisavolo di sua madre, Mosha l’ebreo di Isdraele. Alma si è dimenticata dove vive, era sicura di ricordarselo. Gironzoliamo da un’ora tra case e strade che sembrano fatte in copia, modeste ma neanche tanto. Il freddo è intesto, ha appena nevicato. La prima neve di quest’anno per Bitola, e non c’è neppure il sole. Alma si ferma e mentre sta provando a telefonare alla madre per chiederle informazioni vediamo avvicinarsi un uomo. Ci guardiamo stupite, un incontro davvero inaspettato. E' Kiani, un roma di sessantatre anni che abita nello stesso quartiere di Alma. Lavora per un’associazione macedone di Prilep e con cui ha lavorato anche lei. E’ davvero strano, Kiani non esce quasi mai da Trizla. Ci spiega che è venuto per la morte di un suo amico, è appena stato a casa sua e adesso suo nipote lo riporterà a casa. Insiste per offrirci qualcosa in un bar poco distante decidiamo di accontentarlo e intanto Alma è finalmente riuscita a capire dov’è la casa della donna centenaria. Nel bar Kiani rivela ad Alma di essere imparentato con lei. Non glielo aveva mai detto nei due anni che avevano lavorato insieme. La madre di sua moglie è la sorella del suo nonno paterno. Alma lo guarda scettica, ma lui sembra convinto e prosegue nel suo racconto che sembra non avere più alcuna relazione con la premessa. (nona parte




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29 ottobre 2006

25. Makedonia is going on

Alma

- Tieni Sara questo te lo manda mia nonna Gevair … -. Alma mi porge un vasetto di ajvar che sua nonna materna le aveva chiesto di portarmi. Aveva sentito che mi piaceva l’aivar quando l’ultima volta ero stata a casa di Alma e così aveva pensato di farmi un regalo.

Geivar non è la nonna naturale di Alma perché sposò suo nonno quando la madre di Alma, Mikerem, aveva già due anni. La madre di Mikerem era roma. Gevair la gemma, è questo il significato del suo nome come lei mi aveva ripetuto, era di madre greca e musulmana e di padre roma turco e musulmano. Lei parla il macedone e il turco ed è da lei che Mikerem lo apprese ed e' per questo che Alma l'ha studiato.  Gevair non ricordava molto della sua infanzia, suo padre vendeva oggetti vari, sua madre sempre a casa con i figli come poi fece lei stessa. Si era sposata a sedici anni e aveva avuto tre figli. Lei si sente roma, ha vissuto per settantacinque anni tra i roma. Le  domandai se avesse mai conosciuto roma che viaggiavano per vivere. Mi rispose di no, aveva sentito però raccontare di un parente non roma della madre di Alma che aveva viaggiato tanto per arrivare in Macedonia. Era il suo trisavolo, un ebreo di nome Mosha che pochi anni prima della Seconda Guerra Mondiale era partito da Isdraele ed era arrivato fino a Bitola, ai confini con la Grecia. Sposò una turca musulmana e si convertì alla religione della moglie. Ebbe quattro figli e uno di questi sposò una roma. Sia Mosha che i suoi figli presero il cognome della madre. Un’eccezione rispetto alla discendenza patrilineare che seguono di solito i roma. Gevair mi spiegò che il figlio di Mosha utilizzò questo stratagemma per confondersi tra i roma ed evitare così di essere perseguitato come ebreo. Gevair mi disse  che c'era un anziana donna di Bitola che mi poteva raccontare qualcosa di più su quest’uomo,  un non roma che venne da lontano portando forse con sé qualcosa di nuovo. (ottava parte




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27 ottobre 2006

Prilep e le sue guerre di religione

Ho incontrato un architetto macedone che lavora all’Istituto per la protezione culturale dei monumenti con sede nel museo di Prilep. E’ una donna sulla cinquantina, giunta all’appuntamento con due minuti di anticipo si è subito scusata per il suo presunto ritardo.  
Quando sono arrivata otto mesi fa a Prilep, sud della Macedonia, la prima cosa che mi ha colpito è stata una moschea diroccata nel centro storico, Charshi Dzami, la moschea/dzami del mercato/charshi. Erano rimaste in piedi poche cose. Parte delle mura laterali, l‘al-mihrab, la nicchia che indica la Mecca, alcuni gradini delle scale che portavano al pulpito, l’al-minbar, e il minareto, l’al-manarah.
Pensai che fosse un peccato lasciarla al suo destino, discarica di rifiuti ed escrementi di ogni genere. Probabilmente aveva qualche valore storico. Pensai: chissà se è possibile fare qualcosa. Ed è stato anche questo il motivo dell’incontro con l’architetto del Museo.

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8 ottobre 2006

24. Makedonia is going on

Alma

Il padre di Alma però continua a ribadire che questi sono stati casi isolati, - esistono persone cattive -. Lui non si è mai sentito discriminato come roma. E’ andato all’accademia di polizia ed erano tutti macedoni tranne lui. Nessuno glielo ha mai fatto pesare e forse non lo sapevano nemmeno. Aveva segnato la sua nazionalità al momento dell’iscrizione e l’avevano ammesso lo stesso senza alcun commento. Aveva passato le prove con il massimo dei voti superando molti dei suoi colleghi macedoni non provocando alcun trauma o turbamento.

- Quando c’era Tito i roma stavano meglio…- dichiara senza approfondire. Mi spiega allora che lui si sente roma ma che è anche macedone. – Io sono macedone perché vivo qui, ma la mia nazionalità è roma. I roma non ce l’hanno un paese loro, così sono sparsi nel mondo ma rimangono roma. – Gli domando se conosce il romanes e se i suoi genitori la parlavano. Alla sua risposta negativa ribatto cercando di semplificare al massimo che secondo me la nazionalità è legata al possesso di una lingua. La lingua caratterizza una nazionalità ed è il modo di esprimere una cultura specifica, se si dimentica si perde buona parte del proprio patrimonio culturale. Mi guarda, mi sorride e parte con la sua arringa. Mi spiega che in Macedonia esistono otto, dieci gruppi diversi di roma e che soltanto a Skopje e a Kumànovo i roma, anche i più giovani, continuano a parlare il romanes.

– Noi siamo diversi dai macedoni, guardaci non lo vedi?! …Nel 1972 è venuto a Trizla un roma che vive in Austria a trovare i suoi parenti. Mi ha raccontato che i nostri antenati vengono dall’Egitto, hanno iniziato a spostarsi da lì ai tempi dei faraoni. E tutti i roma somigliano ancora agli egizi di allora. Lo puoi vedere, guarda i nostri zigomi, i nostri occhi. Noi siamo una razza diversa, dovrebbero studiare la nostra anatomia così si accorgerebbero che noi siamo un’altra nazionalità! –


Sulla via di ritorno procedo con la gip lentamente, continua a piovere, la gente mi guarda incuriosita, alcuni salutano riconoscendomi. C’è un forte odore di peperoni arrostiti anche qui a Trizla come tra le altre strade dei quartieri macedoni di Prilep. E’ cominciata la preparazione dell’Ajvar, tra le tante altre provviste per l’inverno. Si arrostiscono grandi quantità di peperoni alla brace, si pelano e si mettono poi insieme a qualche melanzana in un grande casseruola con dell’olio. Si fanno cuocere per ore ed ore fino a diventare una salsa che si conserverà in vasetti di vetro. (settima parte




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8 ottobre 2006

23. Makedonia is going on

Alma

- Sì, quando mia figlia faceva l’asilo…-, Alma lo guarda stupita, -... prima voglio raccontarle di quella volta, ti ricordi?!, sei tornata a casa piangendo, erano pochi giorni che andavi a quella scuola… - Alma realizza e prosegue il racconto. L’avevano iscritta alla scuola in prevalenza roma di Trizla 2, comprensiva di materna elementari e medie. Una volta Alma stava disegnando attorno ad un banco con altri suoi compagni casualmente tutti macedoni, la maestra si avvicinò e la invitò a proseguire il lavoro con gli altri bambini roma. Da quel giorno, disse, i gruppi di lavoro dovevano essere formati da persone della stessa etnia, nel caso specifico Roma con Roma, Macedoni con Macedoni, Turchi con Turchi. Andò in quella scuola soltanto tre settimane,  si assentò per malattia e smise di frequentare.  

- Lei non voleva più tornarci e noi l’abbiamo assecondata. -, chiarisce Mevlut. Mia figlia venne iscritta alle elementari in una scuola del centro, frequentata in prevalenza da macedoni, nella convinzione che confondendosi con gli altri avrebbe trovato un accoglienza migliore. Alma lo interrompe e gli racconta di quando in quinta elementare la maestra l’aveva costretta a scegliere la lingua  russa al posto dell’inglese da lei preferita. Aveva addotto come scusa che Alma in quanto roma avrebbe sicuramente avuto delle difficoltà enormi ad imparare una lingua così lontana dalla sua lingua madre, il romanes, che Alma, come i suoi genitori, non conosceva affatto.

 - E poi è andata al liceo anche se le sue maestre le avevano consigliato di fare la scuola tecnica. Ma io volevo che andasse all’università…-

Comincia a raccontare nei minimi dettagli una storia che non sembra così lontana.

Subito dopo che sua figlia gli confidò cosa stava accadendo al suo ginnasio decise di andarci. Voleva sapere perché non riuscisse a raggiungere dei risultati sebbene studiasse più del necessario, ed andò dal professore responsabile didattico della classe della figlia. – Alma deve imparare -, gli rispose, – non è qui il suo posto! - Era il giorno della sua ora di lezione e non si fece scrupolo di rispondere davanti a tutta la classe compreso Alma.

Mevlut cerca di esprimere la sua amarezza e frustrazione. Non poteva certo mettersi ad urlare davanti a tutta la classe, mantenne la calma, disse che sua figlia ce la stava mettendo tutta, ma appena udita l’ultima chiosa del professore uscì sbattendo la porta. Si rivolse allora direttamente al preside che lo riconobbe a prima vista. Non sapeva che sua figlia frequentasse la sua scuola e trovò inspiegabile che la stessa non avesse mai detto chi fosse suo padre. Tutto si risolse con un “non si preoccupi tutto si aggiusterà per il meglio! Sono davvero desolato.“ (sesta parte




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29 settembre 2006

22. Makedonia is going on

Alma

Oggi la parte più periferica di Trizla 2 è coperta di fango, sono tre giorni che a Prilep piove ininterrottamente e proprio oggi a mezzogiorno stiamo andando con Alma a conoscere la sua famiglia. Questo è il mese del Ramadan, ci si deve astenere dal mangiare, dal bere e dal fare l’amore fino alla sera, - così ha detto Allah attraverso Mohamed -, mi spiega seria Alma. – Io non sento fame, né sete ed è Allah che mi aiuta. -   Tutta la sua famiglia è in attesa del nostro arrivo. Alma abita proprio in quella parte di Trizla 2 dove ancora non ci sono fogne e in cui anche le strade che una volta erano state asfaltate sono tornate al loro stato primitivo. La sua casa sta in una stradina leggermente in salita piena di buche e avvallamenti. Carregiabile, come le altre, soltanto con un fuoristrada. Così arriviamo puntuali. Una casa di due piani, molto curata ma modesta. Alma mi fa sedere sul divano in salotto. Alle pareti alcune fotografie di parenti. Un fratello che sta in Austria con la famiglia e i bambini e che è riuscito, come Alma tiene a farmi sapere, ad imparare il romanes da sua moglie; suo nonno paterno; nessuna foto della famiglia della madre. Poco dopo arriva sua madre, sembra contenta di vedermi. L’avevo già incontrata una volta per caso. Mi saluta e mi chiede se ho voglia di un caffé, le rispondo che preferisco un bicchiere d’acqua, il caffé di solito lo prendo dopo mangiato. Si allontana. Dopo qualche minuto arriva il padre. Mi presento, si oresenta, il suo nome è Mevlut, gli stringo la mano e ci sediamo. Lui occupa una poltrona alla mia sinistra. Sa già che vorrei chiedergli qualcosa, Alma glielo aveva detto, e mi guarda incuriosito. Carnagione olivastra, occhi scuri, lineamenti regolari, capelli corti mossi brizzolati, altezza media, corporatura longilinea. Appena iniziamo a scambiare le prime parole entra la mamma con un grande vassoio. Un piatto ricolmo di noccioline, un altro con delle specie di rustici di pasta sfoglia preparati da lei, ed una bottiglia di acqua minerale. Poggia le cose sul tavolo e si siede al mio fianco. L’ultima ad entrare è la nonna materna che si accomoda in una poltrona di fronte a me. Sono passati già venti minuti, minuti di poche parole e molti sorrisi.

- Lo sa che Alma mi ha raccontato di quando faceva il secondo ginnasio e lei è andato per la prima volta alla sua scuola perché voleva aiutarla… - (quinta parte




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25 settembre 2006

21.Makedonia is going on

Alma

Alma avrebbe voluto un aiuto discreto, senza traumi. Convinta che la sola confessione fosse sufficiente ad annullare il suo problema. Il padre le richiese i minimi dettagli, gli servivano prove per poterla difendere, ed Alma gliene fornì a iosa. Così arrivò, suo malgrado, il grande momento del riscatto. Pochi giorni dopo suo padre decise di andare a parlare direttamente con gli insegnanti. Venne inaspettatamente a conoscenza che nessuno di loro sapeva che Alma fosse sua figlia. Alma non aveva mai pensato che fosse una cosa importante, e non c’era mai stato motivo per rivelarlo.  La cosa straordinaria è che da quel giorno cambiò tutto. Alma si vide protagonista di mille false attenzioni e i suoi voti cominciarono a salire.  Finì il ginnasio e andò all’università dove le venne inizialmente suggerito di evitare di scrivere nei fogli di iscrizione di essere roma. Meglio turca, albanese, pure vlach a limite. Ma lei non ne volle sapere.

- Ma scusa perché eri e sei così convinta nel ribadire di essere roma? In fondo non conosci neppure il romanes, quella che dovrebbe essere la tua lingua?! – Alma sorride e scuote la testa, - non lo so Sara davvero … non ti so rispondere…- (quarta parte




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18 settembre 2006

20. Makedonia is going on

Alma

Così Alma precipitò nella realtà. A dire il vero quando faceva la quarta elementare era successo un fatto sgradevole ma non le aveva dato molto peso. Alma “stranamente per una roma” andava molto bene a scuola e i suoi voti spesso erano i migliori. Il giorno del ricevimento delle pagelle una delle mamme venne a sapere che Alma aveva ottenuto dei voti più alti di suo figlio e questo la fece imbestialire. Ignara che dietro di lei ci fossero Alma e suo padre cominciò a sproloquiare ad alta voce. - Era inconcepibile che una roma avessi voti così alti, suo figlio era sicuramente più intelligente – Il padre di Alma non commentò neppure e lei dimenticò in fretta.

I primi due anni di liceo furono terribili, lei li ricorda come i due anni di silenzio. “Per due anni non dissi nulla ai miei genitori, subivo e non riuscivo a reagire. Ritornavo a casa e mi mettevo a studiare e loro non capivano perché andassi così male a scuola. Studiavo e continuavo a frequentare i miei amici macedoni ma nessuno conosceva il mio segreto…”

Per Alma la maggiore difficoltà era riconoscere che il fatto di essere roma e musulmana potesse rappresentare un problema, provocando in alcuni  reazioni di rifiuto e chiusura. La maggior parte dei suoi professori erano scostanti con lei e sebbene dedicasse tante ore allo studio riusciva a mala pena a superare la sufficienza. Eppure confrontando i suoi compiti con gli altri compagni di classe era evidente che la sua preparazione non aveva nulla da eccepire. Ma Alma rimase in silenzio come in attesa di una conferma che alla fine arrivò. La sua insegnante di matematica le aveva messo l’ennesimo tre ad un compito che lei aveva passato ad un suo compagno. Lui però aveva ottenuto il massimo. Tornò a casa e raccontò tutto a suo padre, non tralasciò nulla di quei due anni, voleva essere sicura del suo aiuto. (terza parte




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14 settembre 2006

19. Makedonia is going on

Alma

A dire il vero non esiste il tipico homo macedone e non corrisponde proprio al nostro stereotipo, almeno il mio: alto biondo e corpulento. Lo sapevate che Alessandro il Grande, Alessandro il Macedone era un piccolo omino e qui si vocifera con imbarazzo che sia stato anche omosessuale? 

Prilep martedì 11 Settembre

“Quando ero piccola per me è stato davvero difficile…” Alma non ce l’ha fatta proprio a trattenersi. Siamo in macchina di  ritorno dal quartiere di Trizla 2 dove lei abita. Alma la ragazza roma, musulmana, un po’ turca e un pochino anche ebrea, oggi mi ha confidato il suo segreto.

Tutto è cominciato quando aveva 15 anni. All’età di sette anni i suoi genitori l’avevano iscritta in una scuola primaria (la nostra elementare e media) quasi interamente macedone tranne che per altri tre bambini roma che avevano smesso di frequentare al quarto grado. Qui aveva raccolto successi e amici macedoni pensando che le cose stavano seguendo il loro normale corso. Alma si era confusa tra gli altri e nessuno le aveva mai chiesto una dichiarazione esplicita sulla sua nazionalità, d'altronde nei suoi documenti era scritto chiaro. Si era mimetizzata nel contesto, il suo aspetto non rivelava alcuna appartenenza. Sembrava confondersi, suo malgrado, con qualsiasi altra macedone. Alla fine della scuola primaria scelse di andare al liceo con altri suo ex-compagni macedoni. Il primo giorno di scuola una delle sue insegnanti le chiese di fronte a tutta la sua classe di quale nazionalità fosse. Fino a quel momento non si era mai posta il problema, pensava che non ci fosse alcuna differenza tra lei e chi abitava nella sua stessa città. Nessuno le aveva mai detto che ci fosse qualche differenza. C’era gente ricca e povera, gente che stava meglio o peggio, ma tutto poteva essere riferito ad un diverso stato sociale. A casa sua non erano neppure poveri, suo padre si era distinto per essere stato negli anni ’70 il primo roma macedone ad iscriversi e ad ultimare con successo la scuola di polizia. Lo conoscevano tutti a Prilep ed era rispettato. Non seppe cosa rispondere, rimase impacciata, non ne comprese il motivo e se tornò al suo banco ammutolita. Non raccontò nulla ai suoi genitori ma in silenzio pretese da loro una risposta. Scoprì che tra tutti i suoi parenti soltanto suo nonno materno era un turco, tutti gli altri erano roma, aveva anche avuto un trisavolo ebreo venuto da Isdraele durante la prima guerra mondiale. La sua famiglia era roma e musulmana, ma il senso di tutto questo non era riuscita a coglierlo. Da quel giorno ognuna dei suoi insegnanti gli pose la stessa domanda e lei ignara delle conseguenze confermò, appunto, di essere roma. (seconda parte




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28 agosto 2006

18. Makedonia is going on

Bitola Sabato 26 Agosto

Alma

Bitola è la seconda cittadina della Macedonia per grandezza e sta a qualche decina di chilometri da Prilep. Oggi sono andata lì, dovevo comprare dei tamburi (tarambuca) per una scuola di Prilep dove vanno la maggior parte dei bambini roma di Trizla 2. Con me è venuta Alma, una ragazza roma di Trizla 2 che ho assunto da appena un mese. E’ laureata in Turco, conosce l’inglese, un po’ di tedesco ed ovviamente il macedone. Suo nonno materno, turco, ha sposato una roma musulmana. Sua madre è roma-turca, suo padre roma, ma entrambe sono di religione musulmana. Lei è fiera di essere roma. Alma mi fa da interprete nel lavoro e quando ne ho bisogno anche nel tempo libero.

A Bitola c’è un quartiere interamente roma ed è lì che abbiamo comprato i tamburi, in una minuscola bottega gestita da un giovane uomo macedone, incastrata in un cortile della sua casa.

Finite le compere decidiamo di andare a mangiare un panino in un chiosco in cui lei è già stata. Mentre siamo sedute ci si avvicina una donna all’apparenza anziana, gonna lunga capelli raccolti e dei seni che ormai le arrivano fino in pancia. Ci chiede dei soldi e Alma le da dieci denari.   

Quando sta per andare via le chiedo se è roma, lei annuisce ma chiarisce subito che è cristiana e mi mostra il crocifisso d’oro che pende sotto la maglia. Lo ripete più di una volta di essere cristiana.

Non sa quando è natae si chiama Slata Forse ha settanta, sessanta anni o anche meno. I documenti li ha ma non sa leggere e non se lo ricorda. Mi racconta dei suoi mali, dei suoi dolori alle ossa, alle gambe e alla schiena, che non riesce a curare. Ogni tanto si interrompe e mi guarda fissa negli occhi ripetendo, - ti auguro di avere tanta fortuna, tanta fortuna, ti auguro di essere felice!-, e poi riprende il filo del racconto. Ha cinque figli, tre donne e due maschi. Questi ultimi è ormai da qualche hanno che vivono in un campo nomadi di Milano, - loro stanno meglio di me. Loro hanno le mogli e tanti bambini e stanno meglio di me -. Le sue due figlie, quelle non sposate, invece sono povere come lei. Così è lei che porta i soldi a casa.

Alma le dice di essere una roma anche lei e le spiega quello che stiamo facendo a Prilep. La donna si illumina e le chiede se conosce la loro lingua, rimane un po’ delusa dalla risposta negativa. I suoi figli e i suoi nipoti che vivono con lei parlano tutti il romanes. Lei con la sua famiglia è venuta dalla Serbia ai tempi di Tito, così a casa si continua a parlare il romanes. - A quei tempi si stava bene, non ci mancava niente, non è come adesso… Oggi siamo tutti poveri. Io non ho potuto mandare le mie figlie a scuola perché non abbiamo soldi e mio marito è morto…-

Le chiedo se vuole anche lei un panino e se vuole sedersi con noi. Non sembra convinta. Mi spiega che se voglio proprio comprarle un panino devo prenderlo da un’altra parte perché - quello del chiosco è turco e musulmano-. Poco dopo ci ripensa e mi dice che forse è meglio se le do dei soldi. Prendo cinquanta denari e glieli porgo ma lei non va via e continua a parlare. Ha una casetta  alla periferia di Bitola e ci vivono tutti insieme, ma suo marito è morto quando lei era giovane. Così tira fuori dal portafoglio una fotografia in bianco e nero di molti anni prima. Lei con il marito seduti vicino, - io sono stata giovane -, mi fa e mi ripete ancora una volta di essere cristiana.

Nella strada di ritorno per Prilep domando ad Alma se le piacerebbe conoscere il romanes. Mi risponde che c’ha pensato tante volte ma non ha ancora trovato un insegnante.

 

Prilep in questo periodo odora di foglie di tabacco ad essiccare. Ovunque ti giri vedi strutture in legno o in ferro, sui marciapiedi, sui balconi, sui tetti o anche semplici bastoni fissati sui muri o sulle ringhiere da cui pendono foglie di tabacco legate assieme. Anche Trizla ne è piena. E l’odore è davvero intenso. La maggior parte del tabacco contenuto nelle sigarette è il Virginia ma se ne mette anche una parte di questo domestico più pregiato per dargli l’aroma. Così le fabbriche comprano da loro. Roma, Macedoni, Turchi tutti coltivano tabacco e lo essiccano in agosto per farci quattrini. (prima parte




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12 luglio 2006

17. Makedonia is going on

… work on the field (prima parte)

In Macedonia si dice “poléca, poléca”, piano, piano, e tutto sembra procedere in questo modo.

“Non ti affannare, c’è comunque tempo”, e il tempo sembra davvero essere scandito al ritmo di un poléca poléca. Un Occidente rallentato insomma, e nei paesi o piccole cittadine macedoni questo è davvero evidente: carretti trainati da cavalli popolano le strade, bar affollati in ogni ora del giorno, grovigli burocratici sempre in agguato, in un sorridente e continuo poléca, poléca.

A Settembre comincerà ad essere attivo il Centro Multiculturale che stiamo costruendo a Prilep. In realtà è una ricostruzione di una vecchia dom (casa) di quartiere attiva ai tempi di Tito. Queste case erano espressione di una chiara volontà politica: creare centri di aggregazione di quartiere, per favorire, a quanto pare, anche il processo di adattamento e di integrazione tra i diversi gruppi e minoranze etniche presenti nel paese. In questo periodo, da quanto letto e sentito, anche i roma venivano coinvolti nelle attività della dom ma non ho ancora chiaro l’entità e la qualità della loro partecipazione.

Inizialmente il Centro Multiculturale doveva essere costruito a Trizla 2, quartiere roma per eccellenza. Lo scorso anno la Municipalità aveva assicurato, infatti, che avrebbe terminato entro Giugno 2006 il piano regolatore dell’area, elemento essenziale per ottenere il permesso di costruzione e per i iniziare i lavori entro il termine stabilito dal progetto.

“E’ comunque una loro decisione quella di cambiare il luogo, noi gli avevamo detto di aspettare, sono loro che vanno di fretta!...”, ribadisce il sindaco di fronte ad un gruppo di roma di Trizla 2. “Noi dovremo finire il piano regolatore ad Ottobre, noi non abbiamo nulla in contrario a costruire qui il Centro! E’ mio dovere fare in modo che questo quartiere migliori…”, continua, utilizzando l’occasione per fare campagna elettorale a favore di VMRO, il partito che poi ha vinto le elezioni. Alla fine poi ognuno porta acqua al suo mulino.

Eravamo venuti a conoscenza soltanto due mesi fa che il piano regolatore sarebbe stato ultimato qualche mese dopo il previsto ed ecco il motivo del cambio di locazione in un’area compresa già nel piano e vicina il più possibile a Trizla 2 ed in cui sono presenti alcune famiglie roma. La Municipalità avrebbe ricevuto il secondo piano di un edificio di sua proprietà completamente ristrutturato e noi finalmente trovato una soluzione alternativa per la realizzazione del nostro obiettivo: la costruzione di un centro multiculturale che avrebbe offerto ai roma anche la possibilità di poter essere parte attiva nella sua organizzazione e gestione.

Alcuni roma, però, non l’hanno presa bene. Gli era stato promesso un Centro nel loro quartiere e non vogliono saperne: “Mi batterò fino alla fine, vedrai nessun roma verrà nel tuo Centro, nessun genitore permetterà ai suoi figli di venire nel quartiere macedone”, mi ha gridato il presidente di un’associazione roma durante un’assemblea, da me organizzata. Presenti la Municipalità tra cui, appunto, anche il sindaco, che ha fatto la sua apparizione, come in un colpo di scena, a seduta quasi conclusa, e tutti i presidenti delle diverse associazioni roma[1] e alcune persone roma del quartiere.

Un incontro fallimentare. Non ne volevano sapere. L’unica soluzione era di parlare direttamente con la gente per evitare manipolazioni di sorta e spiegare i motivi del cambio e le opportunità che questo Centro poteva offrire loro…(continua)



[1]Questi presidenti rappresentano soprattutto gli interessi della loro famiglia, una famiglia di tipo esteso che può includere anche più di 100 individui

 




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9 luglio 2006

16. Makedonia is going on

Pulizia del canale (seconda e ultima parte)

Una soluzione dovevo assolutamente trovarla. Pulire, in qualche modo il canale Dabnicka, questo era l’obiettivo da raggiungere come da canovaccio. Il progetto ha le sue finalità ed obiettivi stabiliti da qualcuno che ha fatto un analisi del contesto prima di te ed ha così fissato le priorità. Io posso, quindi, con un autonomia relativa, dare spazio all’immaginazione e creatività personali, per cercare di ottimizzare il più possibile il risultato.

Due giorni a pensare ad una alternativa, una entro il 14 giugno, quando finirà il secondo anno di progetto, macedonia mission. Cercare di coinvolgere gli enti locali, ad esempio, in fondo è un problema che soprattutto loro dovrebbero affrontare. Mi viene in mente la ditta comunale che si occupa della pulizia della città e dei dintorni. Due incontri con il presidente. Sembra entusiasta, siamo sotto elezioni, vuole organizzare le cose alla grande, coinvolgere addirittura la televisione. Una grande opportunità per DPMNE, il partito attualmente alla guida della nazione di cui lui è membro attivo. Così si pianificano tre giorni di lavoro nella prima settimana di Giugno. Il presidente non è mai stato a Trizla 2, non ha mai visto il canale, offre quattro uomini della sua squadra e un camion per la raccolta dei rifiuti. La settimana prima di iniziare, però, si farà insieme una visita ricognitiva.

Non è sufficiente, bisogna coinvolgere in qualche modo i roma di Trizla 2, sono loro soprattutto che devono essere parte attiva, in cammino verso l’elaborazione di una  “coscienza civica” del tutto assente nel loro mondo.

Chiedo ad un anziano roma, Kiani, lo stesso della festa di San Giorgio, di cercare di riprovarci con qualcuno della “Citizen Committee for the Protection of Dabnicka.” Alla fine, tre ragazzi roma, accettano di lavorare.

Si fa la visita al canale, l’espressione del presidente è esaustiva. Le difficoltà e i limiti dell’intervento prendono forma: il canale è colmo di rifiuti di ogni genere e dimensione, l’acqua è ancora alta e c’è poco spazio tra gli argini. Il coinvolgimento dei media diventa improponibile ma si procederà ugualmente.

Tre giorni a spalare merda, cartoni, bottiglie, rottami di macchine e motorini, ferraglia: la puzza è indescrivibile ma si lavora duramente sotto lo sguardo scettico degli altri  roma. Alcuni di loro mi chiedono a che serve tutto questo, domani sarà di nuovo sporco: “ci vengono di notte a buttare i rifiuti e sono tanti! Non gli importa niente di noi che ci abitiamo davanti…”, mi dice un uomo mentre cerca di aiutare uno dei ragazzi a sollevare una ruota. “Se ne becco qualcuno però gli faccio vedere io…”, fa una signora in prima fila.

Sono le tre del terzo giorno. I sette uomini, quattro del comune e i tre ragazzi roma, coinvolti nella pulizia, mi chiedono se è possibile fare una foto insieme. Ci mettiamo in posa, un sorriso stampato sulla faccia, il lavoro è finito e l’obiettivo è stato raggiunto.




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16 maggio 2006

15. Makedonia is going on

Prilep/Trizla 2, pulizia canale (prima parte).
Ho appena concluso un meeting di due ore con cinque roma di Trizla. Sono esausta e per certi aspetti frastornata, incazzata, smarrita… non so definire come mi sento esattamente.

Sono tutti della “Citizen Committee for the Protection of Dabnicka” – la cloaca ha anche un nome -. Un gruppo di persone, coordinate da noi, che si dovrebbe occupare, appunto, di pulire il canale una volta all’anno durante i tre anni del nostro progetto. Questa dovrebbe essere la seconda volta.  

L’acqua del canale continua ad essere troppo alta, qui non si è mai sicuri di quale stagione si tratti. Il sole, anche primaverile, si alterna a piogge torrenziali e a gelate improvvise in una costante macedonia meteorologica.

Così la pulizia potrà essere solo parziale, rimuovere la monnezza pesante, senza avvicinarsi troppo ai suoi argini melmosi. Nessun uso di mani meccaniche, soltanto di quelle umane: la strada che costeggia il canale è troppo stretta.

E’ da più di un’ora che cerco di convincerli. Di convincerli, proprio così. Lo scorso anno hanno ricevuto del cibo, stavolta vogliono essere pagati. Hanno chiesto 16,28 Euro al giorno, 1000 denari. La paga macedone di un professore universitario. Noi  siamo appena in grado di offrirgli la modica cifra di 10 Euro.

La mia irritazione cresce di minuto in minuto e alla fine sbotto.

-          E’ davvero ridicolo! Noi siamo qui per aiutarvi in qualche modo a migliorare la vostra condizione e voi non fate altro che pensare a come ricavarne un profitto! Non è possibile siete a pochi passi da una fogna a cielo aperto, è una cosa che dovrebbe coinvolgervi direttamente!...-

Potrei portare diverse ragioni per giustificare tutto questo. Il loro esistere nell’immediato, senza alcuna proiezione nel futuro, ad esempio. Osservare partecipando, immedesimandomi nel contesto. Il relativismo, purtroppo, non riesce a trovare spazio. Devo realizzare il mio obiettivo e la sola cosa che conta ora è la pulizia del canale. E’ il mio ego occidentale a vincere.

Alla fine, come se niente fosse stato detto, rinnovano la richiesta. Uno di loro, probabilmente il più ricco, mi spiega che lui è in grado di guadagnare al giorno più di 1000 denari. Si alzano e se vanno continuando a borbottare qualcosa in macedone: contrariati ma non troppo.

Ho dimenticato di chiedere loro se è rimasto qualcuno a Trizla che parla ancora romanes, la lingua dei roma. (continua)




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9 maggio 2006

14. Makedonia is going on

6 Maggio è tempo di Gjurgjovden, il giorno/den di Giorgio/Gjurgjo

Tribagremi/Prilep, appuntamento al monumento dei caduti.

Una festa fatta di buoni auspici, di banchetti propiziatori (Giorgio in greco significa contadino), di sangue,. di magiche unzioni. Si festeggia San Giorgio fra i macedoni e tutti gli ortodossi, questo e qualcosa d’altro fra i roma, in un sincretismo tutto popolare.

Sono le 11, troppo tardi. Frotte di persone percorrono la strada fangosa che collega Trizla a Tribagremi, per raggiungere uno spiazzo erboso che si estende in altezza e circonda un monumento ai partigiani caduti durante la seconda guerra mondiale: una trentina di nomi, soltanto macedoni, incisi in una lapide marmorea.

Troppo tardi: il sacrificio si è già consumato. E non sono in molti quelli che l’hanno compiuto, è diventato un lusso seguire la tradizione[1].

La mattina presto alcuni agnelli sono stati sgozzati dai diversi capofamiglia. Il loro sangue usato per ungere chi tra di loro ha bisogno di “aiutare la buona sorte”. Il capofamiglia intinge il suo dito nella gola appena tagliata e lo porta sulla fronte del prescelto. Così mi è stato raccontato perché anche oggi, come lo scorso anno, ho saltato la parte più importante.

Arrivano con carretti, trainati da cavalli o muli, stracolmi di roba. La maggior parte a piedi. Ognuno porta con se qualcosa: coperte, tappeti, cibo, pentolame, legna da ardere…

Quando arrivo molti sono già sistemati sul prato. Sono tanti di quei diecimila, naturalmente solo roma. Ogni famiglia il suo spiazzo. Sedute sui tappeti, nella posizione del loto, le donne intente a preparare il cibo: chi impasta polpette di carne, chi taglia peperoni, chi spezzetta grossi pezzi di carne sanguinolenta. Gli uomini concentrati sui fuochi. C’è anche una giostra meccanica e una piccola banda sta suonando musica roma/balcanica.

Cammino tra loro, vorrei essere invisibile e mi sento estranea, un intruso. Non sono neppure riuscita a trovare l’uomo roma che due settimane fa mi aveva invitato. Sulla strada ne ho incontrato uno che conosco, un anziano roma che collabora con noi e non parla inglese.

Odori, un infinità di odori. Odori di umano, di peperoni e carne abbrustoliti, di sangue, di sterco di cavallo, di erba bagnata di pioggia, di legna bruciata. Ma è il mio odore che prevarica su tutti, così mi accorgo che è tempo di andar via.

 

[1] Un etto di carne costa in media 150 denari che sono c.ca 2,30 euro.



 




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7 maggio 2006

13. Makedonia is going on

Prilep, 30 Aprile. Un matrimonio macedone

Un ragazzo, l’inviato celibe del futuro sposo, bussa alla porta della stanza da letto della futura sposa, sono le otto del mattino ed è il giorno del suo matrimonio. Nella camera altre due ragazze scelte da lei tra le tante ancora nubili. Sono loro che devono trattare il prezzo del suo riscatto. Il ragazzo ha con se le scarpe che la sposa userà durante la cerimonia. Lui tenta di aprire la porta ma viene fermato: le ragazze gli chiedono dei soldi ed aprono appena uno spiraglio.

Così ha inizio il patteggiamento. Sono loro a stabilire se il prezzo è adeguato. Il ragazzo lascia cadere dei soldi sul pavimento della camera. Di solito al terzo lancio saranno giudicati sufficienti e sarà gli permesso di entrare e di consegnare le scarpe alla sposa. La sposa prova le scarpe, esclama che non calzano bene, le stanno larghe. Prova a metterci dentro una parte dei soldi, ma non calzano ancora perfettamente. Soltanto quando tutti i soldi sparpagliati sul pavimento saranno dentro le scarpe si dichiarerà soddisfatta.

Una delle due ragazze mette un nastro bianco nel braccio sinistro del ragazzo, lui le dà un bacio sulla guancia e lei lo ricambia con uno schiaffo. I preliminari sono conclusi, il ragazzo accompagna la sposa in chiesa e nessun altro sarà con loro.

Tutto è iniziato alle sette di questa mattina a casa dei genitori della sposa. In salotto un tavolo imbandito con diverse leccornie, in attesa dell’arrivo dei parenti più intimi di entrambe i promessi.

La cerimonia ha inizio. Gli sposi, di fronte all’altare, vengono cinti con un unico lungo scialle di colore chiaro. I genitori dello sposo ed i loro parenti più intimi dietro di loro.

Siamo tutti in piedi attorno all’altare dove sono stati preparati una pagnotta al suo centro, un bricco di vino e due calici d’argento, due corone d’argento e il libro sacro. Un sacerdote ortodosso dall’altra parte dell’altare di fronte agli sposi inizia a salmodiare, una specie di canto prosaico coadiuvato dalla voce baritonale di un ragazzo poco distante. Il sacerdote offre agli sposi del pane e poi del vino. Una donna, una delle testimoni, prende le due corone e comincia a poggiarle simultaneamente, più volte scambiandole sulla testa degli sposi, attenta che non si tocchino l’una con l’altra. Il sacerdote vigila, è di cattivo auspicio se le corone dovessero toccarsi. Infine vengono lasciate sulle loro teste. Nel centro di ognuna c’è l’effige di un Cristo e sarà lui per primo ad essere baciato. Il sacerdote e poi tutti gli altri, sfilano davanti agli sposi, si bacia il Cristo e si augura ogni felicità alla nuova coppia. Alla fine mentre gli sposi fanno un giro intorno all’altare una signora getta verso di loro semenze (fertilità), bonbon (dolcezza), monete (prosperità), che ognuno è invitato a raccogliere per buon auspicio.

Sono le 10,30 e arriviamo al ristorante per i festeggiamenti. Un pranzo davvero frugale rispetto ai nostri. Insalata, qualche fritto e una minestra come antipasto, un piatto di carne, riso e patate come primo, e il dolce. Il mangiare sembra non essere indicativo per i festeggiamenti. C’è musica dal vivo. Danze e canti macedoni, serbi, croati, persino il Sirtaki - e dire che qui la grecità e in odio - si susseguono ininterrottamente. Le mani strette l’uno all’altra per formare cerchi umani. Uno due tre, uno due... Uno due tre quattro cinque sei, uno due tre … I passi cadenzati dal ritmo della musica balcanica. Non ricordo alcun sapore particolare soltanto musica e il calore delle loro mani.




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7 maggio 2006

12. Makedonia is going on

Prilep, un giorno come tanti

Il 18 Aprile ho avuto un incontro con il presidente di un’associazione locale, l’associazione roma più potente di Prilep, di cui il direttivo è in prevalenza costituito da membri della sua famiglia. Non avevo avuto ancora nessuna notizia su di lui.

Seduta di fronte a lui, il mio interprete a lato. Un sorriso stampato in faccia, convinta a priori che ci fosse sicuramente onestà d’intenti in quel uomo sulla cinquantina, coi capelli bianchi, il viso rovinato da una dermatite seborroica, la voce completamente atona. Qualcosa di etico, forse, nel suo modo di sviare continuamente il punto, nel rispondere in modo così evasivo. Quello sguardo così ingannevole, quasi sottomesso.

Ma doveva esserci una tendenza al buono, almeno nella mia testa.

Ero uscita soddisfatta, tronfia delle mie capacità relazionali. La soddisfazione dell’idiota. E il mio sorriso stampato in faccia in un razzismo mascherato.

Cazzo, ma è proprio questo che combatto?

Che storia strana è la vita…    




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4 maggio 2006

11. Macedonia is going on

8 aprile, una festa soltanto Rom. Stip, Macedonia 8 Aprile 2006

Ohtoto Aprili Sumnaleskoro Dive e Romene

by Sara Marullo (pubblicato sul sito di Intersos)

“Aide, Aide”. Un uomo sulla cinquantina sprona il suo cavallo-gras ad iniziare il corteo tirandolo a sè. Una folla di Roma, bambini e bambine, vecchi, giovani madri, popolano la strada di Radanski Pat, il quartiere roma di Stip. Soltanto Roma, nessun gadze, tranne noi di Intersos: un’italiana e un macedone.

Sono le cinque del pomeriggio dell’8 aprile, un giorno del tutto ordinario in Macedonia ma non per loro. E’ la loro festa, la festa di tutti i Rom, Roma, Sinti… volgarmente chiamati da noi gadze gipsy o zingari, sparpagliati nel mondo. Da quell’8 aprile 1971 in cui l’ONU ne riconobbe la loro specificità etnica e linguistica (8 of April Word Day of Roma).

Rom, Roma, Sinti, Egyptian, Gitani, Travellers chiamati in modo diverso a secondo del luogo dove si sono insediati nel corso dei secoli. Spesso dimentichi delle loro stesse tradizioni, a volte della loro stessa lingua. Eppure continuano a rivendicare la loro appartenenza, a ribadire di essere Roma, di essere in qualche modo diversi da tutti gli altri, i gadze. Forse è l’unico cosa che li fa sopravvivere, regalando loro un identità altrimenti negata.

Sono stati preparati tre carri, karavane, addobbati con fiori e drappi coloratissimi. Ogni carro una donna/bambina seduta al suo interno, sono bellissime, vestite come si usava una volta. Sparpagliati alle loro spalle diversi tipi di verdura e frutta di stagione, di cibo, uova e galline vive, lampade a petrolio, utensili vari. Uno dei carri porta con se anche una pecora, un altro una capra, al loro seguito, legate ad una corda. Il ricordo di un passato modo di vivere: un viaggio continuo alla ricerca di cibo.

Tre carri, tre famiglie-familije diverse. Su seimila Roma soltanto queste hanno potuto affrontare le spese per l’addobbo. Anche l’8 aprile può passare inosservato quando si è troppo poveri e anche solo il pensarci può diventare un lusso. D’altra parte, erano anni che questo giorno non veniva festeggiato.

Dopo più un’ora di attesa tra musica e balli il corteo ha finalmente inizio. Fino a quel momento le donne/bambine strette in un cerchio umano hanno danzato insieme al loro cocchiere la musica roma suonata da tre ragazzi.

Il corteo sfila lentamente e in silenzio tra le strade di Stip. Esce da Radanski Pat e prosegue per la strada che costeggia il fiume: pochi i curiosi gadze, troppo pochi. L’ultima tappa è un teatro non molto distante dal centro della città. Ci sarà uno spettacolo di danze e musica roma ma non solo organizzata da Cerenja, un’associazione roma, e patrocinato da Intersos.

Il teatro è grande ma non abbastanza per accogliere tutti i roma, sono molti quelli che restano in piedi. Anche qui, nessun macedone tranne il sindaco della città, alcuni membri del consiglio municipale, e alcuni ragazzi dell’associazione Cerenja SOS, e noi di Intersos.

Lo spettacolo ha inizio e durerà tre ore: danze e musiche roma, macedoni, balcaniche. I gruppi di artisti, tutti ragazzi e ragazzi molto giovani, si esibiscono in modo eccellente in un pourpori di generi: folk, rap, disco, melodic. Troppo poco forse per parlare di un reale scambio interculturale ma pur sempre qualcosa.

E intanto noi di Intersos, noi gadze, siamo qua in piedi ai bordi del palco, completamente rapiti dal contesto, orgogliosi, ognuno a suo modo, di aver reso possibile tutto questo.




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